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Tutti i numeri
del giornale aperiodico di ufologia "Camelot Chronicles" si possono scaricare gratuitamente
da questo sito in formato PDF e HTML, e si possono trovare in formato cartaceo alle conferenze del Gruppo Camelot
e dei suoi Collaboratori
L'Albo
dell'Ordine degli Ufologi: una "Bolla di Sapone"
a cura di Carlo Sabadin, sabinsky@tiscali.it
(Ufologo e Ricercatore, Membro Gruppo Camelot, HWH22 e Sentinel Italia)
- Pag.16
Sabato è stata una giornata davvero interessante. Ho trovato, in edicola, con una certa facilità, le due (principali) riviste ufologiche rinvenibili (qualche edicola...) e ho dato una rapida scorsa ad articoli e news ivi riportate. Ho “scoperto”, così, che Richard Boylan si auto-definisce “ il Consigliere della/per la terra” (sic!) e che Corso sarebbe (probabilmente) stato un debunker vista la sua appartenenza all’NSC (altro sic!). A dire il vero ho -anche- letto una bella ricostruzione, assolutamente neutrale, del Caso Meier (a firma di Gianfranco degli Esposti) che consiglio vivamente a tutti i (vecchi e nuovi) press-agent “italiani” del contattista svizzero. Così, tra l’organizzazione di una kermesse e la promozione di una conferenza, si documentano un pochino...
Ma l’interessante giornata non era ancora finita: mi giunge, infatti, per e-mail, l’annuncio che, entro il pomeriggio, sul sito di Dna Magazine, sarebbe stato pubblicato
“un documento che chiama in causa l'intera comunità ufologica italiana, i ricercatori storici, gli iscritti alle associazioni, gli indipendenti, gli appassionati e i
curiosi”.
Tale documento sarebbe stato redatto da un personaggio vicino al CUN ed inviato, a DNA, dal generale Attilio Consolante
(CUN Sicilia).
Incuriosito, dal mirabolante annuncio, mi sono collegato
alcune volte per leggere l’incredibile notizia ma, ho potuto
darle una scorsa, nella sua interezza (con annessi commenti)
solo in tarda sera.
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L’autore del documento, Maurizio Sorbello, medico psicoterapeuta e tossicologo, vicepresidente del CUN - Sez.Catania, propone un vero proprio “giuramento dell’Ufologo” e, annesso, un “codice di deontologia ufologia” che dovrebbe contenere
“i principi e regole” che l’Ufologo, iscritto ad un ipotetico
“Albo dell’Ordine degli Ufologi”, dovrebbe osservare nell’esercizio dell’attività.
La tentazione di rispondere nel merito dei singoli articoli inseriti da Sorbello -come molti altri hanno fatto, a proposito e... a “sproposito”- sarebbe forte ma, decisamente non appropriata. Infatti, se per un momento, immaginiamo un “mondo ideale” dove i chimici facciano i chimici, gli psicoterapeuti gli psicoterapeuti, gli ingegneri gli ingegneri e, i giuristi facciano i giuristi, dobbiamo -necessariamente- avere un approccio differente. Esistono appunto due diversi “piani di lettura”, assolutamente “prioritari” nell’analisi del documento in oggetto. Il primo, strettamente giuridico, riguarda la legittimità del percorso indicato (e le procedure correlate). Il secondo, ancora più importante e decisivo a fini di questo intervento, le stesse “fonti” di riferimento. Ma andiamo per ordine.
Molti non sanno, spesso neppure gli iscritti, che un Ordine non è una semplice associazione ma, nello svolgimento delle proprie mansioni, è, a tutti gli effetti, un Ente Pubblico. Sono, infatti, sottoposti, al controllo della Corte dei Conti e magistratura di secondo grado per cui possono decidere, con gli organi preposti, di eseguire sentenze di condanna versus gli iscritti - relativamente a comportamenti disciplinari - fino anche alla radiazione dagli albi di tutta Italia. Funzioni derivanti da leggi dello Stato e, dunque, con riconoscimento pubblico di pubblici ufficiali. Per primi sono nati i notai (nel 1913), poi via via fino agli psicologi per un totale, oggi, di circa 30 fra Ordini e Collegi Professionali. In Europa, poi abbiamo il metodo dei paesi anglosassoni che prevede la costituzione di libere “associazioni” da parte degli esperti di un dato settore professionale, e il successivo placet dato dalla società alle associazioni, con un atto formale, quando queste ultime si sono strutturate e i membri si sono dotati di un’etica. In Italia, invece, il metodo seguito prevede il riconoscimento mediante l’emanazione d’una “legge” che sancisca l’utilità sociale della professione e la creazione d’un organo istituzionale (Ordine, Collegio o Consiglio) che stabilisca quali sono le condizioni che danno diritto ad accedervi, e al quale è attribuita la sorveglianza sui comportamenti degli iscritti. Questo sistema risulta incorporato nelle numerose leggi che hanno via via riconosciuto le forme professionali accettate dallo stato,
tenendo conto, anziché dell’esistenza di associazioni spontanee di professionisti,
del giudizio dello stato sull’importanza sociale di ogni singola
professione, spesso dopo un lungo dibattito sull’argomento.
La cosa è quindi molto chiara e, al di là di un uso terminologico e/o procedurale fallace di Sorbello, l’obbiettivo perseguito è abbastanza evidente. Si tratta -secondo la mia personalissima interpretazione- del solito tentativo -e ripeto: secondo un modus operandi totalmente errato- di riproporre una sorta di federazione od organismo
super partes finalizzato a superare le immancabili diatribe del gruppismo ufologico italiota. La ri-proposizione di tale fine “ideale” avviene in questa “nuova veste” non solo per un’evidente carenza di elementi tecnico giuridici ma, principalmente, per superare obiezioni note. Dalla totale opposizione di taluni statuti associativi che impediscono tale possibilità (e, spesso, ad incidere maggiormente, sono le resistenze dei presidenti/guru più che le singole norme dell’associazione!), all’impossibilità, per molti, di aderire a “codici etici” già esistenti e perfettamente funzionanti.
In tal senso, voglio ricordare un mio vecchio intervento in proposito (“L’etica in ufologia...”; vedi:
www.fondazionesentinel.org/documenti_ufo/etica%20ufologia.htm
e www.spazioufo.com/archivio%20articoli.asp) dove menzionavo che, alcune tra le più note organizzazioni ufologiche mondiali (come UFO Investigators Network - UFOIN e British UFO Research Association - BUFORA), avevano adottato un vero e proprio vademecum a cui fare riferimento.
In Italia, tale “codice etico” è stato adottato dall’ottobre 2001 dal CISU e vuole “concretamente” fornire indicazioni, consigli e -quando necessario- azioni obbligatorie (come in relazione al “divieto assoluto” di utilizzare tecniche di regressione ipnotica), al fine di difendere una ricerca razionale, obiettiva ed etica sugli UFO e sui testimoni
UFO. Per dovere di cronaca -in senso cronologico.. of course!- ricordo che, dopo la pubblicazione, anche in questo sito, di questo mio “discusso” articolo, il CUN aderì al codice in questione. Altre soluzioni finalizzate a superare i limiti associativi sopra riportati non ci sono (o, per lo meno, in questo momento non li vedo). Con la sola eccezione di un altrettanto discusso documento: il Gentlemen Agreement del Gruppo Camelot (vedi:
http://fabri58.altervista.org/04_agree.html) che si basava su presupposti completamente differenti e superava il “problema associativo” laddove puntualizzava che “l’assunzione di qualsiasi impegno avviene a titolo -esclusivamente- personale senza intaccare i vincoli e i limiti imposti dagli statuti delle singole, rispettive, associazioni”. E l’efficienza di tale soluzione sta, non solo nella citazione di tale deliberazione all’interno di una tesi universitaria e nella compatibilità di correnti ufologiche molto diverse tra loro ma, anche, nella sua recente ri-proposizione in situazioni d’oltre-confine.
Alla luce di quanto sopra ricordato, ritengo superfluo e, sostanzialmente, inutile analizzare, nel merito, i singoli articoli proposti da Sorbello. E, invece, molto più interessante inoltrarsi in un’altra operazione (anche queste con valenze giuridiche, ma... decisamente più sfumate). Mi riferisco al controllo “rigoroso” delle fonti. Quando viene diramato un annuncio, presentato come “così importante”, si dovrebbero controllare le credenziali dell’autore, le modalità con cui tale annuncio viene fatto, la sua valenza (o meglio: la sua “autorevolezza). In tal senso, il documento oggetto di questo mio intervento era stato già preannunciato da un articolo dello stesso Sorbello, dal titolo: "Pulizie in casa ufologica: Mission Impossible?" compreso all'interno dell'ultimo numero di UFOCTLINE di Davide Ferrara, il N.62
(www.ufoctline.net/ufoct62.html) pubblicizzato in varie mailing list e forum diversi giorni fa. Per la precisione il 15 maggio su UFOCTLINE e, successivamente, riportato, tra le notizie CUN il 24 maggio, nella presentazione del numero sopraindicato. Senza alcuna particolare enfasi ma, semplicemente, come uno dei tanti articoli. Ecco la bolla di sapone! Aver presentato e (per alcuni) commentato, consapevolmente o inconsapevolmente, quella che -di fatto- è la semplice proposta di un ricercatore (che non figura neppure tra i referenti CUN Sicilia), proposta inviata alla redazione di Dna dal coordinatore regionale siciliano (che non fa parte del direttivo del CUN). E tutto questo -sia chiaro!- al di là di giudizi di merito sui singoli ricercatori: giudizi che non posso dare, non conoscendo il lavoro di Sorbello e Consolante e che, comunque, esulano dall’oggetto del mio intervento. Insomma... si è voluto far passare una semplice iniziativa “locale”, discutibile o meno, condivisibile o meno (fate voi...) come un attacco “totale” all’ufologia cosiddetta indipendente o come una subdola mossa finalizzata a conglobare la quasi totalità dei ricercatori o come una machiavellica operazione destinata a rinvigorire un CUN, oramai al “presunto” sfascio. Ecco, quindi l’aspetto, più interessante della vicenda. A differenza di quanto viene sempre più spesso confermato dal segretario generale del CUN:
ribadiamo che tutte le notizie ufficiali riguardanti il CUN sono i comunicati ufficiali a firma di Pinotti, o Bibolotti e che gli organi ufficiali del CUN, sono la rivista UFO Notiziario ed il
sito, anche questa iniziativa viene, più o meno esplicitamente, “equivocata” per partire con i consueti voli pindarici. Ma, tranquilli, non è mica finita... ;-)
La bolla sapone, quindi, mostra la sua palese tenuità, non solo per l’inconsistenza giuridica della proposta di Sorbello ma, soprattutto, per essere, anzi “non essere”, parto del solito noto. Si tratta di una semplice proposta -precisiamo bene- totalmente irrealizzabile nei termini che si evincono dalle conversazioni telefoniche riportate in commento da Baiata. Una proposta “locale” meritevole di attenzione (come tutte le proposte!) ma non certamente in grado di produrre terrore, sgomento o reazioni convulse... Suvvia un attimo di serietà. D’altra parte - ecco perché, in apertura, parlavo di un sabato interessante- sarebbe bastato leggersi l’ultimo editoriale del Presidente del CUN per capire come le cose stanno molto diversamente. Nel numero di giugno-luglio appena uscito abbiamo, infatti, un divertentissimo e lunghissimo intervento. Davvero imperdibile! Un Pinotti super logorroico e con uno stile decisamente più zoppicante del solito non risparmia -stavolta davvero nessuno (o quasi!)- e mostra chiaramente di pensarla molto diversamente da Sorbello e soci. Nessuna possibilità di creazione -assieme ad altri- di Ordini ed Albi viene menzionata nel lungo intervento ma, al contrario, viene riconfermata la “presunta” vera e “sola” ufologia del CUN. Quindi, molto difficilmente, una tale e categorica “interpretazione autentica” (questa sì!) avrà adesso (o in futuro... ma MAI dire mai...) compatibilità con la proposta siciliana. L’apoteosi, poi, quando viene rammentato il recente ed ottimo “Spaghetti UFO” firmato da Gabriele Lo Bello ma, testuale “in pratica realizzato dietro le quinte” dal... CUN. GULP! Devo, quindi, doverosamente, “ringraziare” i “veri” realizzatori per l’immeritato inserimento e, soprattutto, per “averlo montato” in apertura del servizio. Iniziativa sicuramente apprezzata durante la diretta “live” nel recente Simposio a San Marino.....
Un'ultima cosa però va sottolineata. E, cioè, come, per l’ennesima volta una “bufala” ha permesso un po’ di visibilità a qualcuno e, ad altri, la possibilità di gettare fango ancora una volta. Splendido esempio di “buonismo” ufologico...
AD MAIORA...
Combustione
Umana Spontanea (Spontaneus Human Combustion)
a cura di Paolo De Gaetano, centroricerchecs1@libero.it
(Membro Gruppo Camelot e Responsabile Centro Ricerche Leonardo Da Vinci Cosenza1 e Calabria)
- pag.19
Un fenomeno ancora scientificamente inspiegabile è quello della autocombustione umana
[Combustione Umana Spontanea, Spontaneous Human Combustion], fenomeno a cui si è cercato di dare spesso poco risalto addebitando i suoi nefasti effetti a soluzioni spiegabili ma secondo me poco credibili. Molte ipotesi per cercare di rendere “naturale” un fenomeno bizzarro e a diritto da collocare nei rami di una paranormalità che ne rende, almeno, non facilmente classificabile la sua natura. In questo fenomeno il corpo prende fuoco in maniera violenta e in pochi minuti, e pur essendo casisticamente raro oltre che anomalo, esistono alcuni orribili casi che citeremo. Tornando alla sua natura ce da dire che un corpo umano formato all’80 % di acqua risulta essere poco facile da bruciare se non con specifici accorgimenti, e teniamo sempre presente che un forno crematorio con temperature elevate, per otto ore, rilascia ancora la presenza di ossa!! Cosa che non accade nella autocombustione!! Altro fattore è la zona circoscritta del fuoco che è ristretta al solo corpo, che si riduce completamente in cenere (di colore bianca) il fuoco stranamente circoscrive solo a distanze comprese tra i 120 e i 150 cm, con un altezza di 1 metro, in questa zona così circoscritta il corpo viene polverizzato!! Tranne in alcuni casi dove sono stati rinvenuti piedi o altre parti del corpo intatte.
Domanda: può un fuoco scaturito per fenomeno naturale (effetto stoppino, alcol, sigarette, medicine) bruciare un corpo polverizzandolo in pochi istanti senza devastare l’ambiente circostante? Sinceramente mi sembra assurdo credere che si possa bruciare in maniera solitaria… Alcuni scienziati hanno avanzato ipotesi varie tra cui l’assunzione come abbiamo detto di grosse quantità di alcol, o di certi tipi di medicinali, ma la combustione ha colpito persone astemie totali e chi di medicinali non ne aveva mai assunto. Una delle argomentazioni a favore della combustione spontanea è come detto prima, che i forni crematori non riescono ad incenerire facilmente e completamente i cadaveri. Le ossa che rimangono dopo la cremazione devono essere frantumate da una macchina chiamata Cremuletor e la cenere risultante è grigia non bianca candida!! Fatto che indica una temperatura molto più elevata dei 900 di un forno, per incenerire un corpo con tanta devastazione sarebbero necessari almeno 2500 gradi, considerando che un incendio domestico capace di distruggere un edificio intero raggiunge in media i 200 gradi. A sgombrare il campo a teorie semplicistiche, per spiegare come e perchè avvenga la combustione spontanea, eliminiamo subito un’altra ipotesi avanzata anche di recente…il già citato “effetto stoppino”. Di questa causa venne studiato già nel 1965 un caso ben documentato dal prof. Gee presso il Leeds University Hospital, dove una donna di 85 anni per un malore era caduta nel camino azionando il meccanismo dell’effetto stoppino, ma i resti carbonizzati erano completamente differenti da quelli caratteristici dell’autocombustione. Tante le teorie e tante le contro teorie, dalla predisposizione di alcune corpi ad assimilare cariche di elettricità statica senza scaricarla, questo presumeva che ad una saturazione i corpi esplodessero in combustione! O la combinazione chimica all’interno dei mitocondri una reazione di idrogeno ed ossigeno che ne provocherebbe una sorta di esplosione interna a livello cellulare (Heymer) (Larry Arnold di ParaScience Intenational) propongo di seguito per meglio conoscere questa misteriosa fenomenologia alcuni casi più eclatanti e la descrizione di testimonianze davvero sconcertanti di un fenomeno secondo me tenuto poco in considerazione.
**da varie fonte di provenienza** Ci sono alcuni testimoni di incendi verificatisi senza ragioni apparenti. Uno di questi è il vigile del fuoco Jack Stacey, che a Londra venne chiamato per l'incendio di una casa diroccata. La costruzione non aveva nessun danno riconducibile all' azione del fuoco ma, ispezionando l'interno, Stacey s' imbatté nel corpo incendiato di un vagabondo, conosciuto dagli abitanti del posto con il nome di Bailey. "A livello dell' addome c' era uno squarcio di circa 10 centimetri", ricorda Stacey. "La fiamma usciva da quello spacco con forza, come in una lampada a gas". Per spegnere quella fiamma, Stacey dovette introdurre l'idrante nel corpo del vagabondo, estinguendo il fuoco, come disse, alla sua origine. "Non ho alcun dubbio che la combustione sia iniziata all'interno del corpo", concluse Stacey. Il caso venne archiviato come "morte dovuta a fiamma ignota". Nel 1982, a Edmonton, nei pressi di Londra, Jeannie Saffin, una minorata mentale di 62 anni, prese fuoco mentre era seduta su di uno sgabello di legno nella cucina della sua abitazione. L'attenzione di suo padre, che era seduto poco distante, venne attratta da un lampo improvviso di luce. Girandosi verso Jeannie, egli vide che era avvolta dalle fiamme, soprattutto sul viso e sulle mani, ma non piangeva né si agitava. Il padre la spinse sul lavandino e chiamò il cognato che arrivò in tempo per vedere la donna in piedi, con la faccia e l'addome divorati da vampate di fuoco crepitanti. Le fiamme vennero domate ma la sventurata morì in ospedale.Il cognato di Jeannie, Donald Carrol dichiarò: "Le fiamme le uscivano dalla bocca come fosse un drago, facendo un rumore come un ruggito" L'inchiesta sulla morte di Jeannie venne differita in modo da dare il tempo alla polizia di accertare le cause di quel fenomeno. L'agente di polizia incaricato di assumere le informazioni non trovò alcuna spiegazione e lo scrisse nella sua relazione; poi disse ai parenti di Jeannie che egli riteneva la loro congiunta vittima di un episodio di Combustione umana spontanea.Il verdetto dell' inchiesta attribuì il fatto ad una "tragica fatalità". Il medico legale, dottor J. Burton, disse alla famiglia: "Comprendo i vostri sentimenti ma non posso menzionare per iscritto la combustione umana spontanea, perchè una cosa simile scientificamente non esiste. Nella relazione dovrò parlare di fatalità".
Cornelia Bandi
Uno dei primi casi registrato in Italia è datato 4 aprile 1731 ed ha per protagonista Cornelia Bandi, una contessa veronese di sessantadue anni con una salute di ferro. Quella sera, si addormentò dopo aver chiacchierato con la sua cameriera. L'indomani mattina, verso le 8,30, come sempre, la cameriera andò a svegliare la padrona. Ai suoi occhi si presentò un orribile spettacolo: "il pavimento della camera", riferisce una cronaca del epoca, "era cosparso di grosse macchie umide e vischiose, mentre un liquido giallastro colava lungo la finestra". Tracce di fuliggine imbrattavano i mobili. Al contrario, il letto non era stato danneggiato e le coperte spiegazzate indicavano che la contessa Bandi aveva avuto il tempo di alzarsi. Giaceva a poca distanza dal letto stesso: un piccolo mucchio di ceneri, le gambe intatte, sempre inguainate di seta, metà della scatola cranica. Il medico legale e le autorità furono incapaci di spiegare che cosa potesse essere accaduto. Il magistrato incaricato di stendere il rapporto, scrisse: "Sembra che nel petto della contessa si sia acceso un fuoco spontaneo". E chiuse il caso.
1966: Il caso di Irving Bentley
Il 5 Dicembre 1966 Gosnell, un addetto dell’azienda del gas di Coudersport, in Pennsylvania, fu insospettito dallo strano odore che proveniva dall’interno della casa di Irving Bentley. Gosnell suonò più volte alla porta senza ottenere una risposta e alla fine decise di entrare. Frugò in tutte le stanze finché non raggiunse il bagno, ma tutto quello che trovò del Dr. John Irving Bentley fu un mucchio di cenere alto parecchi centimetri e un piede ancora calzato, che giaceva all’estremità di un'area bruciata di 80-120 cm di diametro. A parte Bentley e i suoi abiti, nient’altro era bruciato nella stanza, inoltre più tardi si apprese che la vittima era stata vista viva pochi minuti prima. Autocombustione umana? La spiegazione trovata fu che il novantaduenne medico aveva l’abitudine di buttare i fiammiferi e le ceneri incandescenti dalla pipa sulla sua vestaglia, che era segnata da numerose bruciature precedenti. Inoltre era solito tenere fiammiferi in tasca durante il giorno, situazione che poteva trasformare una brace in una mortale fiammata. Bentley era inoltre infermo a causa dell’età, infatti si serviva di un deambulatore per i suoi spostamenti. Si concluse che il medico, ritrovatosi con gli abiti in fiamme, si fosse diretto verso il bagno, probabilmente con passo accelerato, dove cercò invano di spegnere le fiamme. I cocci di quello che apparentemente era una brocca furono ritrovati nella stanza. Una volta caduta a terra, la vittima avrebbe incendiato il pavimento in linoleum, sotto il quale vi era una struttura in legno e travi, materiale ideale per un pira funebre. L’aria fredda attirata dal pavimento potrebbe aver costretto il fuoco a bruciare più intensamente a causa del fenomeno conosciuto come “effetto camino”. La spiegazione è senza dubbio verosimile, e di primo acchito sembra convincente. Tuttavia bisogna considerare che una pipa non è un lanciafiamme, e che il Dr. Bentley, malgrado la ridotta capacità motoria, si trovava pur sempre in un bagno, con abbondante acqua a disposizione. Ciò che rende la spiegazione ufficiale non del tutto convincente è il fatto che, come disse il Dottor Wilton Krogman, esperto sugli effetti prodotti dal fuoco (vedi il caso di Mary Reeser):
“Occorre un immenso calore per consumare completamente un corpo umano. I corpi nei forni crematori bruciano a più di 2000° per otto ore, ed è ancora possibile riconoscere le ossa.” Nella maggior parte dei casi di incendi a fabbricati si raggiungono temperature intorno ai 1500°, e in condizioni simili i danni non si sarebbero limitati alla distruzione del corpo dell’anziano medico, ma le fiamme si sarebbero più verosimilmente propagate all’intero edificio con ben altre conseguenze. Per queste ragioni il caso di Irving Bentley viene tuttora considerato uno degli esempi più eclatanti di autocombustione umana.
1951: Il caso di Mary Reeser
La morte di Mary Reeser, una vedova di 57 anni trovata ridotta in cenere in un appartamento che quasi non mostrava segni di danno, avvenuta il 1 luglio 1951, è considerato un altro punto di riferimento nei casi di autocombustione umana, perché fu il primo esempio in cui fu usato ogni possibile mezzo di moderna investigazione scientifica per determinare la causa del misterioso fenomeno. Tuttavia, malgrado gli sforzi del FBI, dei pompieri, degli esperti di incendi e dei patologi, un anno dopo l’incidente il detective Cass Burgess della polizia di St.Petersburg commentò: “Le nostre indagini non hanno trovato niente che possa provare, al di là di ogni dubbio, cosa accadde in realtà. Il caso è ancora aperto, ma siamo ancora lontani dallo stabilire qualsiasi causa logica per la morte quanto lo eravamo la prima volta che siamo entrati nell’appartamento della signora Reeser.” Questi sono i dettagli del caso: la signora Mary Hardy Reeser si era recata a vivere a St.Petersburg in Florida per essere vicina al figlio, il Dr.Richard Reeser. La sera del 1 luglio 1951 era rimasta a casa del figlio con uno dei nipoti mentre il resto della famiglia era andato in spiaggia. Quando tornarono Mary Reeser aveva già fatto ritorno alla propria abitazione. La moglie di Richard Reeser decise pertanto di andare a trovare la suocera per accertarsi che fosse tutto a posto. Secondo la sua testimonianza non vi era niente nell’apparenza o nel comportamento di Mary Reeser tale da causare qualsiasi allarme. Il dottor Reeser fece visita alla madre più tardi, sempre nel corso della stessa sera, e la trovo un po’ depressa a causa del fatto che non aveva sentito due amici che dovevano affittare per lei un appartamento in previsione del suo ritorno a Columbia, dove lei abitava precedentemente. La madre manifestò inoltre l’intenzione di andare a letto presto, disse che aveva preso due pillole di Seconal (sonnifero) per assicurarsi una notte di riposo e che ne voleva prendere altre due. Il dr. Reeser lasciò l’abitazione intorno alle
20:30. L’ultima persona che vide Mary Reeser viva fu la sua padrona di casa, la signora Pansy M. Carpenter, che viveva in uno dei quattro appartamenti dell’edificio (i due alloggi che le separavano erano vuoti). La signora Carpenter vide la sua inquilina intorno alle 21:00; indossava una camicia da notte e un paio di pantofole di raso nero e stava oziando su di una poltrona mentre fumava una sigaretta. Le coperte del letto erano state sollevate, segno che si apprestava a coricarsi. L’ultima notte di Mary Reeser fu la tipica notte d’estate in Florida: il cielo di tanto in tanto era rischiarato dai bagliori di lampi dovuti al calore. Quando la signora Carpenter si svegliò Lunedì mattina alle 5:00, avvertì un lieve odore di fumo, tuttavia non si allarmò, attribuendone la responsabilità ad una pompa per l’acqua situata in garage che si era surriscaldata. Pertanto si alzò, andò a spegnerla, e tornò a letto. Quando un'ora più tardi, si alzò di nuovo per andare fuori a raccogliere il giornale, non vi erano più traccia di fumo. Alle 8:00 arrivò un telegramma per Mary Reeser. La signora Carpenter firmò la ricevuta e andò nell’appartamento dell’inquilina per consegnarglielo. Quando appoggiò la mano sulla maniglia della porta, notò che era calda. Allarmata, corse a chiamare aiuto, e due imbianchini, dall’altra parte della strada raccolsero l’appello. Uno di loro aprì la porta, e non appena entrò si sentì investito da un’ondata di aria calda. Pensando di poter salvare Mary Reeser si guardò intorno freneticamente, ma non vide alcun segno di lei. Il letto era vuoto. L’unico segno di incendio era una piccola fiamma su una trave di legno, su una divisoria che separava la sala da un cucinotto. All’arrivo dei pompieri le fiamme furono spente e una parte della divisoria abbattuta. Quando il vice comandante dei pompieri O. Griffith iniziò l’ispezione del locale, non credette ai suoi occhi. Nel mezzo del pavimento era chiaramente visibile un'area carbonizzata di circa 120-150 cm, all’interno della quale trovò alcune molle annerite di una poltrona e i resti di un corpo umano, che consistevano in un fegato carbonizzato ancora attaccato ad un pezzo di spina dorsale, un teschio rattrappito, che per il calore si era ridotto alle dimensioni di una palla da baseball, un piede che calzava ancora una pantofola di raso nero e un mucchio di cenere. Quando il coroner Edward T. Silk arrivò per esaminare il corpo ed eseguire la perizia dell’appartamento, sebbene profondamente confuso, decise che la morte era stata accidentale e autorizzò la rimozione dei resti, che furono portati all’ospedale locale.Le successive indagini, che coinvolsero la polizia, i pompieri e gli esperti in incendi dolosi, sembravano non essere in grado di spiegare i fatti accaduti, considerando l’enorme calore necessario per giustificare il corpo incenerito di Mary Reeser. I mobili, escludendo la poltrona sulla quale la signora sedeva e il tavolino accanto ad essa non erano stati danneggiati, ma l’appartamento mostrava alcuni segni particolari. Il soffitto, le tende e le pareti, da un punto esatto a poco più di un metro di altezza dal suolo era coperto da una sorta di fuliggine oleosa. Sotto questa linea non vi era niente. La vernice sulla parete vicino alla poltrona era leggermente annerita, ma il tappeto sul quale si trovava la poltrona non era stato attraversato dalle fiamme. Uno specchio appeso ad una parete a 3 metri di distanza era crepato, probabilmente a causa del calore. Su un tavolino, a tre metri e mezzo di distanza, due candele di cera rosa si erano sciolte, ma gli stoppini non mostravano segni di bruciature. Alle pareti gli interruttori di plastica che si trovavano sopra la linea descritta prima erano fusi, ma i fusibili non erano bruciati e la corrente elettrica non era saltata. Le prese elettriche sopra il battiscopa non erano state danneggiate; un orologio elettrico si era fermato alle 4:20, ma una volta che la sua spina fu infilata in una di queste prese ricominciò a funzionare perfettamente. La biancheria intima sul tavolino a un metro e mezzo di distanza e una pila di giornali a soli 30 centimetri dalla poltrona non erano stati toccati dalle fiamme, e sebbene sia gli imbianchini che la signora Carpenter avessero sentito una ondata di calore quando aprirono la porta, nessuno aveva notato fumo o odore di bruciato, inoltre non vi erano braci o fiamme tra le ceneri. Di fronte ad un simile mistero le autorità di St. Petersburg si rivolsero al FBI. Le ricerche di laboratorio mostrarono che il peso di Mary Reeser, da una stima di circa 80 Kg, si era ridotto a meno di quattro chili e mezzo, inclusi il piede e il teschio rattrappito. Il rapporto finale concluse che nessun agente chimico conosciuto era stato usato per scatenare le fiamme. Un altro mistero era il piede scampato alle fiamme, che la signora Reeser aveva l’abitudine di appoggiare su di uno sgabello, e che si sarebbe quindi trovato al di fuori del raggio di un metro e mezzo.Una spiegazione razionale a quanto è accaduto potrebbe essere che Mary Reeser, che indossava vestiti infiammabili e stava fumando, a causa dell’effetto dei sonniferi assunti si sarebbe addormentata con la sigaretta accesa. Una volta che il corpo fu incendiato, le fiamme si alimentarono bruciando i tessuti adiposi della vittima (un po’ come succede nelle lampade ad olio), che era in sovrappeso. Infatti una certa quantità di grasso, chiaramente residui adiposi del suo corpo, fu ritrovato nell’area dove avvenne la misteriosa morte. Il grasso, liquefatto dal calore, potrebbe aver impregnato la sedia continuando ad alimentare le fiamme fino alla completa distruzione del corpo. Il tappeto poi non era stato completamente bruciato perché il pavimento era in cemento. Ma come spigare la rottura dello specchio e la fusione delle prese elettriche, piuttosto distanti dalla vittima, e l’incolumità dei giornali, più vicini e senza dubbio più sensibili al calore? Il Dottor Wilton Krogman, della scuola di medicina dell’Università della Pennsylvania, nonché esperto mondiale sugli effetti del fuoco sul corpo umano, nel corso dei suoi esperimenti bruciò cadaveri con gasolio, benzina, legno, e tutti i tipi di agenti possibili. Provò con ossa ricoperte o meno di carne, secche o umide, servendosi dei più moderni apparati crematori, ma alla fine dimostrò che è necessario uno straordinario calore per consumare completamente un corpo, e soltanto sopra i 3000° Fahrenheit le ossa diventano così volatili da perdere la propria forma e lasciare solo ceneri. Forse più strano di tutto, e unico in questo caso di autocombustione umana, era il teschio rattrappito. Il Dr. Krogman commentò:
“...la testa non viene risparmiata completamente nei casi di incendio. Certo NON rattrappisce o si riduce simmetricamente a dimensioni inferiori. In presenza di calore sufficiente da distruggere i tessuti molli, la testa esplode letteralmente in molti pezzi. Non ho mai visto eccezioni a questa regola.”
1964: Il caso di Helen Conway
Nel 1964 Helen Conway morì a Delaware County, in Pennsylvania. Eccetto le sue gambe, il corpo era bruciato insieme alla sedia tappezzata sulla quale era solita sedersi nella sua camera da letto. Secondo il capo dei pompieri, la completa distruzione del corpo avvenne in soli 21 minuti, inoltre la signora Conway oltre ad essere malata, era una accanita fumatrice e segni di bruciature di sigarette erano visibili un po’ ovunque nella stanza (è senza dubbio curioso come i fumatori disattenti siano solitamente vittime di autocombustione). Apparentemente il fuoco impiegò meno tempo a consumare il corpo di Helen Conway che quello di Mary Reeser, ma potrebbe essersi scatenato alla base del corpo seduto, e bruciando verso l’alto, alimentato dai tessuti adiposi del tronco avrebbe aumentato la propria intensità. Infatti, cercando tracce della vittima, un poliziotto disse di aver affondato la mano in qualcosa di gelatinoso, che potrebbero essere i resti della donna. Le considerazioni su questo caso sono analoghe a quello precedente.
1986: Il caso di George Mott
Nel 1986, George Mott, un ex pompiere di 58 anni, morì nella camera da letto della sua casa fuori Crown Point, a New York. Il suo corpo fu ritrovato nel letto, abbondantemente consumato dalle fiamme insieme al materasso. Tutto quello che era rimasto era una gamba, un teschio rattrappito (inspiegabilmente ridotto a dimensioni impressionanti), e pezzi della cassa toracica; il calore inoltre era stato così intenso da ridurre un uomo di quasi 85 Kg a meno in due chili di cenere. Furono avanzate da parte di due investigatori teorie piuttosto fantasiose, come quella secondo la quale un arco voltaico improvvisamente uscito da una presa elettrica, avrebbe incendiato gli abiti di George Mott; o quella che attribuiva la responsabilità ad una fuga di gas non individuata dalle apposite apparecchiature (ma perché l’incendio si sarebbe limitato solamente al corpo della vittima?). Mott era un uomo che in passato era solito bere alcolici e fumare accanitamente, ed il giorno prima della sua morte si racconta che fosse depresso per il suo cattivo stato di salute, dovuto a problemi respiratori e ad un alta pressione del sangue. Potrebbe essere che, come spesso succede in questi casi, senza pensare alle conseguenze la vittima avesse deciso di concedersi il piacere di una sigaretta, ipotesi avvalorata dal fatto che al momento della morte George Mott non indossava la sua maschera ad ossigeno sebbene fosse a letto e l’apparecchiatura che lo aiutava nella respirazione fosse in funzione. Inoltre, appoggiata su di essa, vi era una scatola di fiammiferi, che tuttavia non aveva preso fuoco, nonostante la vicinanza alla vittima.Questi sono soltanto alcuni dei casi attribuiti ad autocombustione. Ma cosa è realmente questo fenomeno? L’autocombustione umana o SHC (Spontaneous Human Combustion) viene definita come il processo mediante il quale un corpo umano viene incenerito in seguito a un grande calore generato da reazioni chimiche interne. Vi sono alcuni casi in cui le persone si sono sentite sul punto di esplodere, o più verosimilmente hanno avvertito la sensazione di avere l’addome in fiamme. In altri casi testimoni oculari hanno visto le vittime avvolte in fiamme blu splendenti. Anche se gli eventi che ho raccontato sono accaduti in tempi relativamente recenti, la combustione umana spontanea non è un fenomeno proprio solamente del nostro secolo, ma anzi vi sono cronache del passato che ci tramandano come questo misterioso evento fosse conosciuto dagli uomini secoli or sono. Uno dei primi casi registrati accadde a Verona nel 1745. La Contessa Cornelia di Bandi misteriosamente esplose in fiamme una notte nella camera da letto della sua villa. Il suo corpo fu completamente incenerito, ma nient’altro nella stanza, piena di materiali infiammabili, fu toccato dal fuoco. Non fu mai trovata nessuna origine all’incendio. Nel 1899 le due figlie di John e Sara Kirby bruciarono praticamente nello stesso istante, ma in due case ad un miglio di distanza l’una dall’altra, nel West Yorkshire, in Inghilterra. In tempi più recenti un ragazzo svedese di 24 anni, che si stava abbronzando sulla spiaggia a Majorca, dove si era recato in viaggio di nozze, bruciò improvvisamente sotto gli occhi della moglie sdraiata al suo fianco, prima che il fuoco potesse essere spento. In un altro caso, Olga Stephens era seduta nella sua macchina parcheggiata in una strada di Dallas, in Texas, quando alcuni testimoni la videro improvvisamente ardere in fiamme senza apparente ragione. I soccorritori furono respinti dall’intensissimo calore, e la vittima morì in pochi secondi. Le indagini non fecero mai luce su cosa scatenò l’incendio. Questi pochi esempi servono a dimostrare che questo fenomeno ha sempre fatto parte, in epoche diverse, degli eventi a cui l’uomo non è mai riuscito a dare una spiegazione razionale. Spesso, infatti, nel classificare un caso di autocombustione, si precede per eliminazione, escludendo le varie ipotesi fino a concludere che i fatti analizzati non possono essere spiegati da nessun meccanismo conosciuto. Anche uno scienziato del diciannovesimo secolo, Justus von Liebig sosteneva che: “L’opinione che un uomo possa bruciare da solo, non è fondata sulla conoscenza delle circostanze della morte, ma al contrario sulla completa ignoranza di tutte le condizioni che precedono e causano l’incidente” (Liebig, 1851). Parallelamente ai casi in cui risultava difficile, se non impossibile, dare una spiegazione scientifica, fiorirono nei secoli scorsi tutta una serie di storie assai fantasiose sulle presunte cause dell’autocombustione. Si pensava ad esempio che un eccessivo consumo di alcool aumentasse l’infiammabilità del corpo umano, tanto che una cronaca del diciassettesimo secolo raccontava di un tedesco rimasto vittima di autocombustione perché aveva bevuto troppo brandy. Tutti i casi di combustione umana spontanea presentano caratteristiche comuni:
Mentre il busto viene completamente distrutto dalle fiamme, raramente le estremità del corpo bruciano. La risposta potrebbe essere che il fuoco tende a bruciare verso l’alto, mentre lateralmente lo fa con difficoltà. Qualsiasi persona che abbia acceso un caminetto o abbia preso parte ad un campeggio, avrà visto che un ceppo lasciato sul fuoco viene incenerito nella parte centrale mentre le estremità tendono a rimanere intatte.
Nell’80% dei casi le vittime sono donne. Una larga percentuale delle vittime era inoltre sovrappeso o dedita all’uso di alcolici (o fumatori), il cui uso ha spesso preceduto la morte del soggetto in questione.
In quasi tutti i casi di autocombustione incredibilmente giornali e altri materiali infiammabili vicino alle vittime spesso passano indenni attraverso la violenza del fuoco. Una vittima che giace nel letto può essere ridotta ad un cumulo di cenere mentre le coperte che si trovano sopra il corpo sono intatte, oppure i vestiti non subiscono danni rilevanti.
Il pavimento vicino ai deceduti è spesso coperto di una materia untuosa, liquida (c’è chi dice di colore giallo), vischiosa e dal tipico odore dolciastro.
In quasi tutti i casi le vittime erano state lasciate sole per periodi più o meno brevi di tempo. L’autocombustione è sempre fatale. Gli eventuali testimoni che si trovavano nelle vicinanze (ad esempio in stanze adiacenti) non hanno mai udito suoni, come urla di dolore o invocazioni d’aiuto.
In normali circostanze il corpo umano non brucia molto bene, dal momento che è costituito per l’80% di acqua, e in ogni caso servirebbe un impulso iniziale per generare le fiamme. Per dimostrarlo desidero richiamare l’esperienza comune dei cibi flambé: tutti avranno notato che fin tanto che è presente il combustibile (ad esempio il brandy) il cibo brucia, una volta esaurito le fiamme si estinguono. Ho citato questo esempio dal momento che una delle teorie più accreditate a partire dal 1800 e giunta fino ai nostri giorni, è quella del cosiddetto “effetto stoppino”, secondo la quale la combustione non avviene mai in maniera spontanea ma è sempre riconducibile ad una fonte precisa. Un volta innescato il processo, i grassi presenti nel corpo, sciogliendosi in presenza di calore, impregnerebbero i vestiti che continuerebbero a bruciare come lo stoppino di una candela o di una lampada a petrolio, fino al completo esaurimento dei tessuti adiposi della vittima. Gli accumuli di grasso, solitamente localizzati nel tronco piuttosto negli arti, spiegherebbero il perché le estremità sono solite scampare alla violenza delle fiamme. Questa teoria è senza dubbio attendibile. Tuttavia la brace di una sigaretta raggiunge una temperatura di circa 600° centigradi, certamente sufficienti per bruciare i tessuti di un uomo, ma inadeguati per incenerirne le ossa. La spiegazione oggi più in voga è quella della reazione chimica. Se la SHC inizia dentro il corpo, si ritiene che la forza derivi da dei meccanismi deputati a produrre energia all’interno dell’organismo.
Infatti il tutto potrebbe avvenire in questi termini:
Dentro le cellule vi sono i mitocondri che forniscono energia a tutto il corpo attraverso piccole reazioni chimiche.
Se un mitocondrio non funziona bene, potrebbe rilasciare troppa energia: così esploderebbero idrogeno e ossigeno.
Colpiti dall’onda di energia, i mitocondri circostanti esplodono, causando così una reazione a catena.
La cellula impazzisce e va in pezzi. L’energia liberata innesca un’altra reazione a catena.
Nel giro di alcuni minuti i muscoli, la carne e gli organi interni vengono ridotti in cenere da una fiamma blu.
Tuttavia non viene data nessuna indicazione sul perché un mitocondrio dovrebbe impazzire scatenando tutte le conseguenze poi descritte. Quindi anche la scienza non ha le idee molto chiare su una questione che avrà il suo velo di mistero ancora per molto.
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