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del giornale aperiodico di ufologia "Camelot Chronicles" si possono scaricare gratuitamente
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e dei suoi Collaboratori
SPECIALE
CROP CIRCLES
Gli Extraterrestri nella Tradizione Africana
a cura di Lavinia Pallotta -
fenice@lifegate.it (Presidente
Fondazione Sentinel e Membro Gruppo Camelot)
- Pag.21
Si è molto parlato, e si parla ancora, delle “impossibili” conoscenze astronomiche dei Dogon, del Mali, e delle loro tradizioni sacre che narrano di antichissimi contatti con esseri anfibi extraterrestri provenienti da Sirio, portatori di conoscenza.
Nella mitologia di tutto il mondo, o quasi, ritroviamo la figura di “stranieri” misteriosi che, in tempi molto lontani, hanno aiutato i nostri antenati a muovere i primi passi verso la civiltà. Tali conoscenze sono state gelosamente custodite da chi, nelle diverse popolazioni, ha accesso alle tradizioni segrete, come gli sciamani, o gli “uomini medicina” presso gli Indiani d’America, faticosamente raccolte dagli antropologi, ma interpretate semplicemente come miti sulla Creazione, e oggi, finalmente “svelate” dagli stessi Saggi, nella speranza che queste non vadano perdute, man mano che il loro mondo cambia e viene distrutto.
È grazie al loro coraggio di rompere il segreto per tramandare il sapere, se chiunque di noi, oggi, può farsi un’idea di tali conoscenze, direttamente, leggendole o ascoltandole da loro stessi, senza filtro. E a questo proposito è particolarmente interessante e “preziosa” la testimonianza di Credo Mutwa, sciamano Zulu che David Icke cita in alcuni suoi libri e documenti, e della cui esperienza di abduction si è occupato addirittura John Mack.
Nel suo libro “Il Canto delle Stelle”, in parte autobiografico, Credo dedica un capitolo intero agli alieni, descrivendo la mitologia del suo popolo e di altre popolazioni africane, ma anche stralci di esperienze vissute, riconducibili, così come vengono narrate, a incontri ravvicinati, mutilazioni di bestiame e casi di abduction.
Veniamo così a sapere che la tradizione africana concepisce un cosmo ricco di pianeti abitati da esseri intelligenti, che hanno interagito con la nostra storia. Credo afferma che non è mai stato un mistero, per la sua gente, che fosse la Terra a girare attorno al Sole, che il sole è un “fuoco” e che le stelle formano delle galassie. Soprattutto Credo ci racconta di come la tradizione iniziatica africana sveli le origini extraterrestri dell’umanità, e ne racconti la storia: gli Dei hanno creato gli esseri umani in un piccolo universo di sabbia rossa adiacente al nostro mondo, e nel continente africano è ancora viva la credenza che i primi uomini avessero la pelle rossa, e non bianca o nera. In seguito a guerre e devastazioni (evidentemente non siamo molto cambiati da allora…) il Mondo di Sabbia Rossa viene quasi completamente distrutto, e i sopravvissuti riescono a fuggire entrando nel ventre di un gigantesco drago di ferro capace di viaggiare nello spazio. Approdano, guarda un po’, su una stella che gli Zulu chiamano Peri Orifici Orimbisi, cioè Sirio, e fanno la conoscenza degli abitanti del pianeta che vi orbita attorno, un mondo splendido nelle cui acque vivono creature anfibie e antropomorfe, intelligenti e gentili, che li accolgono in pace. Il re di questo popolo viene chiamato Nommo. Naturalmente gli esseri umani riescono a entrare in conflitto anche con questa mite popolazione, che però, ha la meglio. Impietositi, i vincitori decidono di salvare i superstiti ed esiliarli su un altro pianeta, la Terra. Dopo molti secoli, l’immortale Nommo fa visita alla Terra assieme a dodici altri compagni anfibi, che insegnano agli umani a fabbricare gli oggetti, a svolgere certe attività, e addirittura alcune nozioni d’astronomia.
Il tratto comune di quasi tutte le tradizioni africane, dunque, è la credenza in un’origine extraterrestre dell’umanità, del suo esilio conseguente alla sua aggressività, e la visita di esseri intelligenti e saggi, ricoperti di scaglie, portatori di conoscenza.
Accanto ad una concezione decisamente positiva di questi visitatori, Credo testimonia la convinzione, da parte sua e della sua gente, dell’esistenza di altri esseri, che suscitano paura e agiscono negativamente nei nostri confronti. Lo stesso Credo racconta di un’esperienza vissuta in prima persona, che ha tutta l’aria di potersi classificare come la tipica abduction, e che ritroviamo nel libro "Passport to the Cosmos" di J. Mack.
L’Africa, come qualsiasi altro continente, non è immune da avvistamenti UFO, in concomitanza dei quali, sembrerebbe, si verificano a volte ritrovamenti di animali mutilati e la scomparsa di persone, che ricompaiono qualche giorno dopo, prive di memoria sull’accaduto. Nel suo libro Credo descrive diverse esperienze del genere e parla di una strana sostanza bianca, che si sbriciola fino e diventare come cenere, ritrovata spesso in seguito al presunto atterraggio di un UFO; sostanza che provoca piaghe, perdita dei peli e dei capelli e, in fine, la morte, di chi la tocca.
Esistono, sostiene lo sciamano, diversi tipi di extraterrestri, e lui, come altri sangoma (sciamani) conosce le caratteristiche di alcuni di essi, come i cosiddetti “Sekgotswana”, che significa “colui che è basso”, esseri umanoidi, dalla pelle grigiastra, con gli occhi allungati coperti da una palpebra nera e callosa, orecchie e bocca molto piccole e sei dita, colpevoli di numerosi rapimenti. “È risaputo”, scrive Credo, che questi esseri rapiscano uomini, donne a bambini da centinaia di anni, per “squartarli”, esaminarli e poi richiuderli… Chi torna da simili esperienze non è più lo stesso, il suo carattere cambia, diventando più cupo e volubile, e solo quando uno sciamano riesce a suscitare il lui il “sonno divino”, una sorta di stato ipnotico, il malcapitato ricorda l’incontro con queste creature e le esperienze vissute.
Ci sono, viceversa, esseri che, secondo la tradizione e le esperienze di Credo, osservano l’Umanità con curiosità e cercano di favorirne il progresso, per ragioni a noi ignote. Queste creature appaiono spesso in Africa, racconta Credo, e nella tradizione africana, come anche in quella Navajo, allo sciamano vengono impartite delle “istruzioni”, che fanno parte del suo bagaglio iniziatico, su come comportarsi in caso di incontro ravvicinato, e su come riuscire a comunicare con i “visitatori”…In tale tradizione segreta, viene tramandato un intero linguaggio di segni e rituali atto a comunicare con loro, assieme a oggetti sacri e custoditi dallo stregone come veri e propri tesori.
La splendida Africa oggi è impegnata in una lotta impari, per la propria sopravvivenza, contro l’avidità umana che minaccia di distruggerla per sempre, ma questa è un’altra storia…
[NdA: per approfondimenti: “Il Canto delle Stelle”, di Vusamazulu Credo Mutwa, ed. Il Punto d’Incontro; “Passport to the Cosmos” di John Mack, ed. Three Rivers Press]
La Scienza Universale di Marco Todeschini
a cura di Fiorenzo Zampieri -
zampierifiorenzo@yahoo.it (Ricercatore
Indipendente, Ass. Nuova Ricerca)
- Pag.22
Parlare di Marco Todeschini e della sua Teoria delle Apparenze o Psicobiofisica è sempre molto stimolante in quanto l’argomento, per chi si pone le classiche domande di tipo esistenziale quali: chi siamo, dove andiamo e da dove veniamo, oppure quelle di tipo scientifico sull’origine dell’universo, sulla natura della materia, delle forze e dell’energia, ecc. ecc.. è davvero interessante. Spero, con questo modesto contributo, di solleticare nel lettore la curiosità e la voglia di approfondire questi argomenti secondo l’originale visione delle cose così come ideata dal Todeschini, nella speranza di sollevare il velo dell’oblio calato ormai da troppo tempo sul suo lavoro. Con l’aspirazione poi, che la sua teoria venga serenamente valutata, alla luce anche delle ultime scoperte scientifiche, per poterne ricavare, anche quegli eventuali contributi scientifici potenzialmente adatti per il progredire dell’uomo nella conoscenza dell’universo, e comunque, se ciò non potesse essere, almeno riconoscere all’uomo Todeschini un posto, meritato per lo meno per essere stato proposto al Premio Nobel, nella storia della scienza italiana del secolo scorso, alla pari di famosi scienziati (Marconi, Fermi, Levi Civita) con i quali ha collaborato e dai quali ha avuto positivi riconoscimenti.
Ma come gli passò per la testa al Todeschini di dedicare tutta la sua vita al tentativo di risolvere così grandi problematiche?
Tutto ebbe origine dal dibattito scientifico ancora in corso all’epoca in cui il giovane Todeschini (nato nel 1899) si accingeva agli studi scientifici nel collegio dove era ospite, che riguardava l’accettazione delle teorie di Einstein, e cioè la Relatività Ristretta pubblicata nel 1905 e successivamente la Relatività Generalizzata del 1916. Einstein, infatti, a sostegno delle sue teorie proponeva come necessari alcuni postulati che apparendo contrari alla logica ed alla matematica classica non tutti erano disposti ad accettare.
I più eclatanti erano senz’altro:
- la costanza della velocità della luce a prescindere da quella dell’osservatore.
- La rinuncia all’etere cosmico in quanto superfluo per la spiegazione dei fenomeni ondulatori;
- Il dilatarsi del tempo e dello spazio con l’avvicinarsi alla velocità della luce.
Questi concetti rivoluzionari non erano certo condivisi da tutti, anche se alcuni esperimenti sembravano confortarne l’esattezza.
Uno di essi, ed il più conosciuto, perché riportato su tutti i testi di fisica, è il famoso esperimento di Michelson e Morley. Tale esperimento nasceva con lo scopo di dimostrare l’esistenza dell’etere cosmico, sostanza esilissima ed immobile presente nell’universo ed attraversato dal nostro pianeta nel suo movimento nello spazio, mediante l’invio di segnali luminosi ora paralleli ora ortogonali alla direzione del moto della Terra. Il risultato fu nullo, nel senso che il tempo di andata e ritorno dei segnali suddetti non dimostrarono alcuna differenza dovuta alla diversa direzione degli stessi nell’attraversare l’etere, per cui lo si ritenne una realtà inesistente.
| Altra questione importante fu quella della costanza della velocità della luce nel vuoto da ritenersi costante a prescindere dalla velocità dell’osservatore. Cioè, ragionando in maniera classica, se un viaggiatore si sposta alla velocità C entro la vettura di un treno, mentre questo corre nella stessa direzione e senso con velocità V sulle rotaie, la velocità assoluta W di quel viaggiatore rispetto ad un osservatore immobile sulla strada ferrata, risulta dalla somma delle due velocità componenti predette, cioè: W= C + V. |

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Ora se si immagina che, invece del viaggiatore, sia un raggio di luce che con velocità C si sposta da un punto all’altro della Terra, e si considera questa come una vettura che corre intorno al Sole con velocità V nella stessa direzione e verso del raggio, avremo parimenti che la velocità risultante W di tale raggio rispetto ad un osservatore immobile che non partecipa al moto di rivoluzione del nostro pianeta, sarà ancora quella espressa dall’equazione precedente.
La relatività di Einstein invece, essendo basata sul postulato della costanza della velocità della luce rispetto a qualsiasi osservatore, ci dice che la velocità risultante è: C = C + V. Che è un assurdo matematico.
Altra questione, quella della dilatazione del tempo e dello spazio relativamente ai corpi che viaggiano a velocità prossime a quella della luce. Einstein assicura che un corpo con velocità vicina a quella della luce aumenta proporzionalmente di massa, rallentando anche il tempo, tanto che nessun corpo in teoria potrebbe viaggiare a velocità pari a quella della luce in quanto raggiungerebbe massa infinita.
Ovviamente la reazione a tutto questo non poteva che essere o di rifiuto o di accettazione incondizionata. Evidentemente quella del Todeschini fu senz’altro la prima. E nacque dentro di sé, la risolutezza di provare l’errore di questi nuovi principi così contrari alla logica ed alla realtà apparente dei fenomeni. A tal fine dedicò la sua vita, nonostante mille difficoltà, realizzando così la sua Teoria delle Apparenze dalla quale ricavò una scienza universale denominata Psicobiofisica.
Con questa scienza nuova riuscì a dimostrare che si poteva arrivare agli stessi risultati scientifici già acquisiti ed alle stesse leggi già conosciute e sperimentate, percorrendo una strada diversa che, attraverso l’introduzione dell’etere, riesce a spiegare, tra l’altro, anche il motivo per il quale la velocità della luce è la massima raggiungibile nello spazio, ed il perché si possano verificare delle apparenti dilatazioni spazio-temporali associate ai corpi con velocità prossime ad essa, come sopra accennato.
Le spiegazioni erano di una semplicità disarmante.
Introducendo, infatti, nell’universo, un etere mobile, sostanziato di densità esilissima pari a 10 alla meno 20 volte quella dell’acqua, incompressibile e costituente primo e unico di tutte le cose, ecco che la spiegazione dei fenomeni divenne solo questione di tempo. L’universo quindi, è costituito solamente di spazio fluido i cui movimenti circolari costituiscono i sistemi atomici ed astronomici che ci appaiono come materia ed i cui movimenti ondulatori costituiscono i fenomeni che ci appaiono a carattere ondulatorio.
Todeschini dimostrò quindi che il suo pensiero, che riabilitava l’etere, era altrettanto valido di quello di Einstein che invece lo rifiutava. Per dare maggior forza alla sua teoria pensò, quindi, di ripercorrere la storia della scienza di questi ultimi secoli per riscoprire le cause e le motivazioni che portarono, ciclicamente, a ritenere l’etere o come un ente fisico determinante, o come un ente inutile per la dimostrazione delle leggi della fisica. Da tale approfondimento ne scaturì il rafforzamento, ed anzi la certezza, che solo attraverso la riabilitazione di questo fluido universale si potevano spiegare i fenomeni sia celesti che atomici e determinarne le leggi. Ed infatti soltanto Todeschini, con la sua nuova scienza, è stato in grado di spiegare la vera essenza della gravità, dell’inerzia, dell’elettricità, del magnetismo, del tempo, della materia, dello spazio. La dimostrazione di tutto ciò la si trova nella sua Teoria delle Apparenze, dove con abbondanza di formule e dimostrazioni si apre allo studioso un nuovo modo di vedere il mondo ed i suoi fenomeni.
Oltre a tutto questo però, Todeschini, si convinse che per poter affermare di aver elaborato la scienza universale, doveva cercare quelle correlazioni che univano la fisica con la biologia e con la psiche. E questo perché, ad un certo punto, gli risultò evidente come l’uomo avesse creato tante scienze differenti quanti sono i suoi organi di senso. Infatti così è nata l’ottica perché abbiamo il senso della vista e di conseguenza si crede che la luce ed i colori siano realtà oggettive. È sorta l’acustica perché abbiamo l’organo dell’udito e di conseguenza si crede che il suono e i rumori provengano dal mondo fisico circostante. È nata la termodinamica perché nella pelle ci sono dei corpuscoli che suscitano in noi la sensazione del calore. È sorta l’elettrotecnica perché abbiamo dei corpuscoli che suscitano nella nostra psiche la sensazione di una successione rapidissima di urti, che è stata chiamata elettricità. È nata la dinamica perché il nostro corpo ha organi di tatto che quando sono sollecitati da urti materiali suscitano in noi la sensazione di forza, ecc. Fu a questo punto che intuì quello che sarà il principio fondamentale di tutta la sua scienza e cioè: il principio unifenomenico, che recita così: nel mondo fisico l’unico fenomeno possibile è quello del movimento e dell’urto della materia e di conseguenza le sensazioni, forze comprese, sono dei fenomeni irreperibili in tale mondo essendo attività che sorgono solamente nella psiche.
Ma il suo percorso di conoscenza non si è fermò certo a questo stadio, seppure così importante. Infatti, come già accennato, scoperto che ebbe il principio unifenomenico, non poteva che dedicarsi all’altro aspetto rivoluzionario della sua scienza e cioè quello relativo alle realtà biologiche riguardanti i sensi. Ed infatti in base al suddetto principio egli ha potuto stabilire che gli organi di senso non ricevono, né trasmettono, dal mondo esterno, sensazioni, ma solamente ricevono delle vibrazioni materiali di spazio che trasformano in correnti elettroniche e le inviano, tramite le linee nervose, al cervello ove suscitano le sensazioni corrispondenti. La conseguenza di ciò permise al Todeschini di elaborare, da ingegnere qual’era, la concezione elettronica del sistema nervoso e scoprire e dimostrare per la prima volta al mondo, che gli organi di senso e di moto situati alla periferia del corpo umano e collegati tramite linee nervose al cervello, sono costituiti e funzionano come apparati teletrasmittenti a filo, azionati da correnti elettriche. Infatti l’organo della vista funziona come un apparato televisivo a filo, l’udito come un apparato telefonico, l’odorato, il gusto ed il tatto rispettivamente come telesuscitatori di odori, sapori e sensazioni tattili di forza, calore ed elettricità. Le linee nervose funzionano come conduttori elettrici ed i neuroni come stazioni intermedie di rinforzo delle correnti in linea. La materia grigia della spina dorsale è una centrale elettrica che alimenta gli organi ed i circuiti nervosi. Il cervelletto, un complesso di autogoniometri e telepuntatori automatici a comando. Il cervello, infine, è la centrale suprema dove sono installati tutti gli apparecchi di ricezione delle correnti che provengono dagli organi di senso e dove sono installati gli apparecchi trasmittenti delle correnti destinate a comandare gli organi di moto periferici, la regolazione automatica delle ghiandole e del moto degli organi vegetativi periferici, ecc.
E qui, ancora una volta, l’illuminazione colse lo scienziato quando si rese conto di un fatto all’apparenza lapalissiano ma che portava ad una scoperta sensazionale. Poiché il principio unifenomenico stabilisce che nell’universo esistono solamente urti di materia è evidente che le sensazioni che noi proviamo come conseguenza di tali urti, non essendo materiali, non possono che essere soggettive ed appartenere quindi ad una dimensione del mondo di natura diversa di quella oggettiva. Infatti, considerando che anche gli organi di senso ed il cervello sono formati di materia e quindi anch’essi non possono che ricevere e trasmettere urti di masse di materia, o le corrispondenti vibrazioni di spazio, le sensazioni relative, non possono sorgere nel cervello, ma soltanto in un organo immateriale, che abbia proprio la possibilità di trasformare tali moti in sensazioni. Tale organo si identifica, quindi, con l’anima o con la psiche che dir si voglia. Ecco l’altra scoperta straordinaria di Todeschini: la prova dell’esistenza dell’anima (o psiche), che dimostra come l’universo sia costituito non solo di materia oggettiva ma anche di qualcosa di diverso, appartenente a dimensioni differenti, e che probabilmente lo genera e ne controlla l’esistenza manifestandosi nelle forze che lo governano.
Riporto qui di seguito le scoperte (aggiornate al 1978) che nel campo della fisica. Todeschini, ricavò dai concetti scientifici, dalle dimostrazioni fisico-matematiche e sperimentali esposti nella sua teoria.
1) Lo spazio universale non è vuoto, come riteneva Newton, bensì un’estensione tridimensionale sostanziata in ogni suo punto di una densità costante 9.1020 volte minore dell’acqua.
2) Tutti i corpi di forze centrali dell’Universo, astronomici, molecolari, atomici, nucleari, neutronici, mesonici e delle ultime particelle della materia, si identificano ognuno nel campo sferico rotante centro-mosso di spazio fluido, suddiviso, come una cipolla, in una serie di strati sferici concentrici, aventi spessore costante e velocità di rotazione inversamente proporzionale alla radice quadrata del loro raggio.
3) In tutti i campi centrali dell’Universo, la misteriosa forza longitudinale che spinge le masse planetarie a compiere delle rivoluzioni intorno alla massa centrale, si identifica nella spinta che quelle masse planetarie ricevono da parte delle linee di flusso circolari in cui sono immerse. Resta così dimostrato che tali masse non sono immerse in uno spazio vuoto, come sosteneva Newton, per i sistemi astronomici, e come riteneva Bohr per i sistemi atomici, ma sono immerse in un campo fluido centro-mosso.
4) In qualsiasi campo centrale di forze dell’Universo, le masse planetarie, essendo costituite da una o più sfere di spazio fluido che ruotano su se stesse, in senso contrario alle linee di flusso circolari del campo in cui sono immerse, sono soggette, per effetto Magnus, ad una forza risultante Fr inclinata, che si può scomporre in due: una Ft trasversale alle linee di flusso circolari, che sospinge le masse planetarie verso il centro del campo; ed una Fl longitudinale che tende a far loro compiere delle rivoluzioni intorno al centro del campo: Ne risulta che le masse planetarie sono spinte dalla forza risultante inclinata, che è tangente alla traiettoria che descrivono, a seguire tale curva, la quale risulta una spirale, mentre si avvicinano al centro del campo, o cadono sopra la massa centrale; oppure se prima che ciò avvenga, riescono ad aumentare la loro velocità di rivoluzione in modo da acquistare un’accelerazione centrifuga maggiore di quella centripeta, si allontanano dal centro del campo percorrendo il ramo di semispirale simmetrico ed opposto.
Le masse planetarie di tutti i sistemi di forze centrali dell’Universo, nel rivoluire o nel cadere verso il centro del campo descrivono quindi tutte una traiettoria costituita da due rami di spirale simmetrici ed opposti, che si incontrano in due punti doppi, uno più lontano dal centro del campo (afelio), ed uno più vicino (perielio). Questa traiettoria considerata dalla massa posta al centro del campo, appare come un’ellissi. Resta così provato che le masse planetarie di tutti i sistemi dell’Universo, si comportano come quelle immerse in un campo fluido centro-mosso, perché come queste seguono le tre leggi di Keplero.
5) La misteriosa forza di gravità che risente un nucleo di idrogeno immerso in un campo astronomico, si identifica nella spinta centripeta che esso subisce per effetto Magnus per il fatto che il nucleo ruota su se stesso in senso contrario alle linee di flusso del campo astronomico in cui è immerso.
Risulta così svelato, per la prima volta al mondo, la causa, l’essenza e la natura fluidodinamica della forza di gravità. Se consideriamo che i corpi sono costituiti da un numero più o meno grande di atomi di idrogenioni, ne segue che il peso in un qualsiasi corpo si risolve nella forza centripeta totale dei suoi nuclei, dovuta all’effetto Magnus di ciascuno di essi.
6) La misteriosa forza di attrazione elettrica che risente un elettrone planetario immerso in un campo atomico, si identifica con la spinta centripeta che esso subisce per effetto Magnus per il fatto che tale elettrone ruota su se stesso in senso contrario alle linee di flusso del campo atomico in cui è immerso. Risulta così svelato, per la prima volta al mondo, la causa, l’essenza e la natura fluidodinamica della forza elettrica.
7) La misteriosa forza di attrazione magnetica che risente un elettrone planetario immerso in un campo neutronico, si identifica con la spinta centripeta che esso subisce per effetto Magnus per il fatto che tale elettrone ruota su se stesso in senso contrario al campo ed è spinto verso il protone centrale. Risulta così svelato, per la prima volta al mondo, la causa, l’essenza e la natura fluidodinamica della forza magnetica.
8) La misteriosa forza di interazione forte che risente un adrone ruotante su se stesso in senso contrario al campo fluido in cui è immerso, si identifica nella spinta centripeta che esso subisce per effetto Magnus che lo spinge verso l’antiadrone centrale che ruota in senso contrario al suo.
9) La misteriosa forza di interazione debole che risente una particella planetaria qualsiasi, immersa nel campo di una antiparticella, che ruota in senso contrario, si identifica nella spinta centripeta che la particella planetaria subisce per effetto Magnus. Resta così svelata, per la prima volta al mondo, la causa, l’essenza e la natura fluidodinamica della forza di interazione debole.
10) Poiché la forza gravitica, quella elettrica, quella magnetica, quella di interazione forte e di interazione debole, si identificano tutte nella forza Ft centripeta dovuta all’effetto Magnus, e questa è dovuta alla decelerazioni dello spazio fluido del campo contro la massa planetaria che vi è immersa, ne consegue che tutte le forze centripete predette sono della stessa natura fluidodinamica. Risulta così svelato, per la prima volta al mondo, che non esistono nell’Universo, né forze gravitiche, né elettriche, né magnetiche, ne di interazione forte, né di interazione debole, e neppure forze dovute all’effetto Magnus, poichè sia nella materia del mondo fisico oggettivo, che in quella del nostro corpo sono reperibili solamente le corrispondenti decelerazioni delle correnti fluide circolari del campo contro le masse periferiche, in esso immerse, ma non le equivalenti sensazioni di forze, che sorgono esclusivamente nella nostra psiche.
11) L’affinità chimica che permette l’unione di atomi nella maniera più intima in modo da formare un composto (molecola) che ha caratteristiche proprie del tutto diverse dagli atomi componenti, se è una proprietà accertata sperimentalmente da più di un secolo, tuttavia è sempre restata un mistero, sia nella sua essenza, che nella sua meccanica.
Essa trova ora nella mia teoria che considera il sistema atomico un campo sferico di fluido centro-mosso, una chiara, esauriente e convincente spiegazione. Infatti se supponiamo che la molecola di un composto chimico sia costituita di due atomi che ruotano in senso contrario, come i loro campi fluidi concentrici, ciascuno di tali atomi essendo una massa ruotante in senso contrario, immersa nel campo dell’altro atomo ruotante nel senso opposto, risentirà per effetto Magnus una forza che lo spinge verso l’altro. Tale forza avente lo stesso ufficio di quella di affinità che attrae e lega gli atomi tra di loro, ci dice che anche la forza di attrazione tra gli atomi non è affatto di natura chimica, ma è di natura fluidodinamica e si effettua solamente tra atomi ruotanti in senso opposto. Ne consegue che anche la forza chimica di affinità non esiste, poichè essa ha per corrispondente solamente delle decelerazioni (degli urti) del fluido del campo atomico contro la massa, cioè l’urto tra queste due masse. Questa scoperta ha una formidabile portata, perché consente di chiarire che nessuna azione chimica si svolge nel corpo umano, ma esclusivamente avvengono successioni di urti tra atomi ed elettroni in corsa.
12) Tutte le forze Ft centripete di gravità, elettriche, magnetiche, di interazione forte, di interazione debole, di affinità chimica, quelle Ft dovute all’effetto Magnus, quelle Fl longitudinali, quelle centrifughe, quelle di inerzia, si identificano in decelerazioni di una certa massa della corrente fluida del campo contro le masse periferiche o centrali in esso immerse. Si riducono perciò ad urti tra queste due masse.
Solamente se il campo fluido terrestre attraversa il nostro corpo ed il reticolo spaziale ai cui incroci sono disposti i nuclei rotanti d’idrogenione, assoggetta ciascuno di questi ad una spinta verso Terra, per effetto Magnus, spinta che la nostra psiche percepisce come sensazione di peso. Risulta così svelato e dimostrato, per la prima volta al mondo, che tutte le forze sopra citate, sia per il fatto che si misurano tutte in chilogrammi, multipli o sottomultipli di esso, sia per il fatto che esse hanno per realtà oggettiva solo i corrispondenti urti tra due o più masse, sono tutte della stessa natura fluidodinamica. Solamente se la materia solida, liquida, gassosa, oppure sciolta allo stato di spazio fluido, viene ad urtare contro i nostri organi di senso, vi provoca successione di urti tra elettroni in corsa ed atomi, che a secondo della loro frequenza ed intensità interessano l’uno o l’altro dei nostri organi di senso, e tradotti al cervello tramite linee nervose, suscitano nel nostro spirito, ed esclusivamente in esso, le sensazioni di luce, calore, suono, odore, sapore, forza, elettricità, ecc.
13) Finora la fisica ha constatato che eccitando un atomo questo emette delle radiazioni, ma non ha chiarito affatto come e perché ciò possa avvenire, né come tali radiazioni possano trasmettersi nello spazio circostante che la fisica classica ritiene vuoto.
Con il modello atomico da me proposto, costituito cioè di una sfera di spazio fluido, suddivisa come una cipolla, in tanti strati sferici concentrici di spessore costante, aventi velocità inversamente proporzionali alla radice quadrata del loro raggio, si comprende subito che se tale atomo viene urtato con un corpuscolo, o con un’onda fluida, provenienti dall’esterno, allora questo brusco scuotimento dell’atomo, per reazione, fa saltare l’elettrone dalla linea di flusso circolare sulla quale orbitava su un’altra più interna, ed assume così la velocità maggiore che ha quest’ultima rispetto a quella di partenza. L’elettrone compie quindi un numero di rivoluzioni maggiore intorno al nucleo e sviluppa una forza centrifuga rotante che fa oscillare l’intero sistema atomico con una frequenza maggiore e pari al numero di giri che l’elettrone compie intorno al nucleo, sull’orbita di arrivo. Poiché secondo la mia teoria, l’atomo non oscilla nel vuoto, ma nello spazio fluido ambiente in cui è immerso, provoca in questo un’onda trasversale che si dilata in cerchi sempre più ampi. L’onda quindi ha una consistenza materiale, in quanto è un’oscillazione reale di spazio fluido, ma appunto per questo non è un’onda elettrica, né magnetica, né luminosa, né termica, benchè arrivata ai nostri organi di senso possa provocare quella serie di urti corpuscolari che tradotti al cervello mediante linee nervose, possono suscitare nella nostra psiche, le sensazioni di luce, elettricità, calore, sapore, suono, forza, ecc.Il corpuscolo non si identifica quindi con l’onda, né si comporta, ora come grano materiale ed ora quale onda, come ritengono erroneamente certi fisici moderni, poiché ho dimostrato che esso è costituito da una sfera di spazio fluido che ruota su se stessa, le cui masse planetarie gli imprimono una vibrazione ed è questa che solleva nello spazio fluido circostante l’onda. Corpuscolo ed onda non sono quindi la stessa cosa, ma ben due distinte realtà, in quanto l’uno consiste di una sfera di spazio fluido ruotante e l’altra in un moto ondoso di tale fluido.
14) Il campo centro-mosso di spazio fluido ci spiega come nasce tra le sue linee circolari di flusso, la massa planetaria rotante su se stessa del nucleo d’idrogenione, base di tutta la materia. Resta così svelato che essa è costituita di sfere di spazio fluido rotanti su se stesse (idrogenioni), e che questi sono generati per differenza di velocità delle linee di flusso del campo centrale.
15) Le tre realtà fisiche dell’Universo, e cioè: la materia, i suoi campi di forze, centripete, tangenziali e radianti, sono tutti unificati in movimenti di rotazione, rivoluzione, ed oscillazione di spazio fluido, e tutte le loro leggi dedotte dall’equazione fondamentale della fluidodinamica.
16) La legge F = m a0 che Newton nel 1686 pose a fondamento della dinamica, la quale ci dice che applicando una forza F ad un corpo di massa (m), questo assume un’accelerazione (a0) nella direzione e nel verso stessi secondo i quali agisce la forza, non corrisponde alla realtà fisica, perché lo spazio non è vuoto, ed in ogni suo punto si comporta come un fluido sostanziato di una densità costante 9.1020 volte minore di quella dell’acqua. Applicando quindi una forza costante ad un corpo, questo accelera sempre meno rispetto al fluido in cui è immerso, quanto più aumenta la sua velocità, finchè la resistenza da questo opposta, sarà uguale alla forza applicata, ed in tale istante si annulla l’accelerazione del corpo che manterrà così la velocità raggiunta che risulta pari a quella della luce C. All’equazione di Newton, occorre quindi sostituire la
F = m a0 (1 –
V^2 / C^2 )
per tenere conto della resistenza opposta dal fluido ambiente al moto dei corpi.
17) Applicando ad un corpo una forza costante, se questo si sposta nello spazio vuoto newtoniano con una accelerazione (a0) costante e percorre in un tempo (t0) uno spazio (SR1), spostandosi invece in uno spazio fluido, avente la densità sopra determinata, assume un’accelerazione (aR) minore di quella con cui si sposterebbe nello spazio vuoto, ed a percorrere lo stesso spazio (SR1) invece di impiegare un tempo (t0) ne impiega uno maggiore (t) espresso dalla
t = t0 / Ö1 -
V^2 / C^2
Tale maggior durata non è quindi dovuta al moto relativo del sistema di osservazione rispetto a quello dove avviene il fenomeno, come riteneva erroneamente Einstein, ma bensì è dovuta alla resistenza opposta dal fluido ambiente al moto del corpo, che ne diminuisce la velocità e quindi aumenta il tempo impiegato a percorrere lo stesso spazio.
18) Per il fatto che tutti i corpi sono costituiti di nuclei di idrogenioni ruotanti su se stessi in senso orario alla velocità della luce C, e che sono immersi nel campo centro-mosso di spazio fluido che circola intorno alla Terra in senso anti-orario alla velocità (Vl1), sono soggetti ad un primo effetto Magnus, cioè ad una forza inclinata rispetto al raggio che li congiunge al suolo, che si può scomporre in due: una (Ft1) trasversale che li spinge a cadere verso Terra, ed una longitudinale (Fl1) che li spinge a compiere delle rivoluzioni intorno al nostro pianeta.
19) Per il fatto che tutti i corpi sono costituiti di nuclei di idrogenioni sferici che ruotano su se stessi in senso orario alla velocità della luce C, e nel cadere verso Terra, incontrano lo spazio fluido con una certa velocità (Vt2), sono soggetti ad un secondo effetto Magnus di caduta, che li sottopone ad una forza (FR2) risultante inclinata sul raggio che li congiunge a Terra, la quale si scompone in due: una (Ft2) centrifuga che li spinge ad allontanarsi dal suolo, ed una (Fl2) normale al raggio, che li spinge a compiere rivoluzioni intorno alla Terra.
20) La somma dei valori assoluti della forza trasversale (Ft1) dovuta al primo effetto Magnus e di quella (Ft2) dovuta al secondo effetto Magnus, è uguale ad una costante K. La loro risultante (Ft) sarà data dalla loro differenza. La somma delle forze longitudinali(Fl1) e (Fl2) dovute al primo ed al secondo effetto Magnus è uguale ad una costante (K). La forza trasversale risultante del primo e del secondo effetto Magnus (Ft) e quella risultante longitudinale (Fl) dei due effetti predetti, essendo rappresentate da due vettori perpendicolari tra di loro, avranno per risultante il vettore ipotenusa del triangolo rettangolo che ha per cateti le due forze predette. Tale risultante è l’equazione da sostituire a quella del Newton, onde apportare a questa le tre serie di correzioni dovute al fatto che i corpi non si spostano nel vuoto, bensì in uno spazio fluido che oppone resistenza al loro moto, e dovute al fatto che essi sono costituiti da idrogenioni che ruotano su se stessi ed investiti dalla corrente di spazio fluido che circola intorno alla Terra e da quella che si forma quando cadono verso il nostro pianta, sono soggetti a due effetti Magnus perpendicolari tra di loro. La predetta forza risultante totale (FR) è diretta secondo la tangente alla traiettoria a spirale che segue l’idrogenione H, nell’avvicinarsi verso Terra. La componente trasversale (Ft) che spinge tale particella a cadere verso il nostro pianeta, si identifica perciò nella forza di gravità, la cui causa e natura sinore misteriose, sono così svelate per la prima volta al mondo. Infatti la causa della gravità è l’effetto Magnus, e la natura di tale forza è fluidodinamica. La componente longitudinale (Fl) invece è quella dovuta alla decelerazione delle linee di flusso circolari del campo terrestre contro la sfera dell’idrogenione e spinge quest’ultimo a compiere delle rivoluzioni intorno al centro della Terra. Resta così dimostrato, per la prima volta al mondo, che anche la forza (Fl) che spinge le masse planetarie a compiere rivoluzioni intorna alla massa centrale è di natura fluidodinamica.
21) Le equazioni della dilatazione del tempo, della contrazione dello spazio trasversale, della diminuzione della forza trasversale, di quella dell’accelerazione trasversale e della dilatazione della massa trasversale, che risultano formalmente identiche sia nella mia teoria che in quella di Einstein, ci dicono che gli esperimenti effettuati che confermano tali equazioni, non possono essere presi come “prove cruciali” della pseudo-relatività, perché esse sono state dedotte da me con la relatività di Cartesio. Per le altre componenti disposte in senso perpendicolare a quelle ora citate, è da porre in evidenza che quelle espresse dalle equazioni di Einstein non hanno trovato mai alcuna conferma sperimentale, ed inoltre se composte con le omonime grandezze disposte in senso perpendicolare, non danno per risultante la lunghezza dell’ipotenusa del triangolo rettangolo di cui esse costituiscono i lati, come vuole il teorema di Pitagora, e quindi la pseudo-relatività einsteniana è in netto contrasto con la relatività di Cartesio, la geometria euclidea e tutti gli altri rami della matematica, mentre invece tutte le grandezze longitudinali e trasversali da me trovate, danno per risultante la lunghezza dell’ipotenusa, in armonia col teorema di Pitagora, ed inoltre hanno ricevuto conferme sperimentali, le quali perciò possono veramente ritenersi le “prove cruciali” della mia fluidodinamica universale.
22) La massa di un corpo in moto sottoposta ad una forza costante (F), spostandosi dentro lo spazio fluido, assume una accelerazione (aR) minore di quella (a0) che avrebbe se si spostasse nel vuoto, e decrescente con l’aumentare della sua velocità, sino ad annullarsi quando tale velocità diventa uguale a quella della luce C. In questo istante la massa del corpo diventa uguale a quella dello spazio fluido spostato. Ciò spiega perché un corpo non può oltrepassare la velocità della luce C, rispetto a quella del fluido in cui è immerso.
23) La pseudo-relatività einsteniana non fornisce alcuna spiegazione della causa fisica che produce il diminuire delle accelerazioni di un corpo in moto, postula solamente che ciò è dovuto al contrarsi degli spazi ed al dilatarsi dei tempi, computati dal sistema di osservazione rispetto a quello dove avviene il fenomeno. Le accelerazioni predette sarebbero quindi tante quanti sono gli infiniti sistemi di osservazione diversamente mossi, mentre tale diminuzione di accelerazione, dipende solamente dalla velocità relativa tra il fluido ambiente ed il corpo, come dimostrato dalla sperimentazione e dal fatto che le contrazioni degli spazi e le dilatazioni dei tempi, sono state da me ottenute proprio con la concezione fluidodinamica del fenomeno considerato. La pseudo-relatività einsteniana giunge a far variare le leggi del moto dei corpi a secondo della velocità che essi assumono rispetto al sistema di riferimento, ma ciò è in netto contrasto con la dichiarata finalità del suo autore, che era quella che la sua teoria potesse invece rendere invarianti le leggi dei fenomeni da qualsiasi sistema di riferimento. In realtà le leggi del moto dei corpi dipendono solamente dalla loro velocità rispetto allo spazio fluido in cui sono immersi e sono ad immediato contatto. Tali leggi restano invarianti rispetto a qualsiasi altro sistema di riferimento comunque mosso in base alla relatività classica di Cartesio, la quale è pertanto l’unica che raggiunge tale invarianza, ed è la sola che si verifica nel Creato.
24) Un nucleo di idrogenione, essendo costituito da una sfera di spazio fluido centro-mosso che trascina in rivoluzione la massa planetaria del suo unico protone, è soggetto alla forza centrifuga rotante da questo generata, la quale sposta periodicamente il nucleo in tutte le direzioni che escono a raggiera dal suo centro. Poichè l’oscillazione del nucleo non avviene nel vuoto, ma nello spazio fluido in cui è immerso, in questo mezzo vengono sollevate delle onde fluide trasversali che si dilatano in cerchi sempre più ampi, con la velocità C della luce. Tali onde non sono quindi di natura elettrica, magnetica, luminosa, ecc., ma sono onde di spazio fluido.
25) Ogni particella materiale circondata da un campo di spazio fluido centro-mosso, è sollecitata da tante forze centrifughe rotanti quante sono le masse periferiche planetarie che rivoluiscono intorno al centro del suo campo. Così avviene anche per i diversi atomi contemplati dalla tabella di Meneleev, che sono multipli di peso di quello fondamentale dell’idrogeno, poichè essi hanno un nucleo costituito da un numero di protoni e neutroni crescente, che immersi nelle linee circolari di flusso sono da queste spinti a rivoluire all’interno del nucleo, il quale è circondato all’esterno da altre linee di flusso circolari che si estendono sino alla sfera di sponda dell’atomo. Tra le linee di flusso circolari comprese tra la sfera del nucleo e quella che costituisce il limite esterno dell’atomo, sono immersi gruppi di elettroni che vanno crescendo di numero dagli strati più interni a quelli più esterni. Ogni atomo sarà così sottoposto a tante forze centrifughe rotanti quante sono le masse planetarie immerse nei successivi strati concentrici, interni ed esterni al nucleo centrale, sino alla massima sfera limite dell’atomo. Ogni forza centrifuga rotante imprimerà all’atomo uno spostamento alterno, che provocherà nel mezzo fluido ambiente un’onda trasversale, la cui frequenza andrà crescendo da quella più bassa eguale al minor numero di rivoluzioni compiute dagli elettroni che sono alla maggiore distanza dal nucleo a quelle sempre più alte pari al numero di rivoluzioni che compiono gli elettroni posti a distanze più vicine al nucleo, per aumentare ancora di più per i neutroni ed i protoni che rivoluiscono internamente al nucleo.
26) Due masse uguali, che in sincronia, compiono delle rivoluzioni intorno ad un centro comune in sensi contrari, alla medesima velocità, sviluppano due forze centrifughe rotanti la cui risultante sottopone il sistema ad una forza alterna rettilinea. Viceversa, imprimendo al sistema predetto, una forza alternata, si provoca la rivoluzione in sensi contrari delle due masse intorno al centro comune. Tali trasformazioni di un moto alterno in moto rotante, e viceversa, sono le equivalenti meccaniche delle trasformazioni di una corrente elettrica alternata in un campo magnetico rotante, e viceversa, effettuate da G. Ferraris.
27) Se l’unica massa planetaria di un nucleo compie rivoluzioni attorno all’asse X, genera una forza centrifuga rotante che si può scomporre in due altre: una diretta verso l’asse Z ed una diretta verso l’asse Y. Durante un’intera rivoluzione della massa planetaria, tali due forze assumono valori complementari, cioè mentre l’una cresce, l’altra diminuisce e la loro somma resta costante. I valori dei vettori che rappresentano tali due forze, sono espressi dalle orinate di due curve, una cosinoidale e l’altra sinusoidale sfasate di 90° tra di loro. Tali due forze spostano quindi la massa sferica del nucleo nelle due direzioni predette, con moto alterno e sollevano delle onde trasversali nello spazi fluido circostante, che sono contenute nei piani ZX e YX. La prima di tali onde è dovuta al fatto che il nucleo spostandosi secondo l’asse Z, solleva la colonna di fluido cilindrica che ha per base la superficie del cerchio nucleare perpendicolare a tale asse, e lo spostamento di tale cilindro centrale, per attrito, trascina lo strato di spazio fluido cilindrico ad esso circoscritto, e questo il successivo, e così via. Ora tali strati cilindrici hanno spessore costante, e la somma delle loro energie cinetiche deve essere eguale a quella motrice del nucleo centrale. Ne segue che la forza alterna di ciascun cilindro è inversamente proporzionale al quadrato del suo raggio. Ciò che si trasmette tra i vari strati che formano l’onda, è una forza di natura fluidodinamica, e non di natura elettrica, magnetica, luminosa, termica, ecc., come erroneamente ritenuto sinora.
Nota:
Tratto dal volume
PSICOBIOFISICA Scienza Unitaria Del Creato dell’Ing. Marco Todeschini, pubblicato a cura del Centro Internazionale di Psicobiofisca in Bergamo intorna all’anno 1977, alle pagg. 346/351.
Tanto per far capire in che modo il Todeschini ragionasse ecco un piccolo esempio di dimostrazione scientifica riguardante l’ìinerzia.
IL MISTERO DELL’INERZIA SVELATO
(Tratto dalla Teoria delle Apparenze dell’Ing. Marco Todeschini
Edito dal Centro Int. Di Psicobiofisica – Bergamo 1984 pagg. 91/99)
Il concetto d’inerzia contiene due principi basilari:
1 – che la materia persevera nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme se non intervengono delle forze a far variare quello stato:
2 – che l’accelerazione impressa alla materia è proporzionale alla forza che la produce.
Da tali principi ne conseguono alcune domande le cui risposte sino determinanti per capire il fenomeno dell’inerzia dei corpi e cioè:
a- una forza produce accelerazioni o velocità?
b- esiste o no il vuoto assoluto? Nel caso negativo, cioè nel caso che esista un etere, o spazio fluido ponderale, l’inerzia è una caratteristica della materia indipendente dal mezzo, oppuire dipende da esso?
c- quali differenze vi sarebbero tra l’inerzia concepita come proprietà della materia e l’inerzia concepita come resistenza del mezzo?.
Per rispondere a questi quesiti cominciamo col chiederci: esiste una forza d’inerzia? Oppure essa è una entità astratta impossibile a realizzarsi?
È facile rispondere a questa domanda in questo modo:
una forza può esistere solamente se dura un certo tempo, poiché se non è applicata per un periodo di tempo, sia pur piccolo a piacere, essa non manifesta i suoi effetti e cioè non esiste. Ma il prodotto di una forza per un certo tempo non ha più gli attributi di una forza, ma bensì quelli di un impulso I, il quale produce una quantità di moto mV, secondo la relazione:
I = m V (1)
Con questo resta dimostrato che se è vero che una forza è proporzionale all’accelerazione, non è meno vero che praticamente non si possono che applicare degli impulsi che provocano fisicamente delle velocità.
Così quando si vuole variare la velocità da V1 a V2 = V1 + dV di una massa immersa in un mezzo resistente, si deve variare il suo impulso da valore I1 a quello I2 = I1 + dI per cui risulta:
I2 = I1 + dI = m ( V1 + dV )
Ma essendo: I1
dI = I2 - I1 e dV = V2 - V1
risulta:
I2 = m V2
Questo ci dice che la variazione di velocità avviene si, ma che noi non possiamo che constatare delle velocità. In altre parole, per far mantenere ad un corpo una determinata velocità per un determinato periodo di tempo, noi dobbiamo mantenergli applicata una forza determinata per quello stesso periodo di tempo.
Se consideriamo ora il moto nel vuoto in cui si verifica la legge d’inerzia:
F = m a (2)
Si vede parimenti che non si può applicare detta forza alla massa m se l’applicazione non permane almeno per un determinato periodo di tempo t, ma con ciò (2) diventa:
Ft = m V
Che essendo identica alla (1) ci dimostra che anche nel vuoto, come in un mezzo resistente, l’applicazione di una forza non potendo essere fatta che per un certo tempo, produce sempre delle velocità.
Ma ciò è in netto contrasto con la teoria Galileo-Newton che ritenendo possibile l’applicazione di una forza senza che tale applicazione duri nel tempo, sosteneva che nel vuoto le forze producono delle accelerazioni e nel pieno delle velocità.
Se sino ad oggi si è ritenuto vero questo assurdo, ciò è dovuto al fatto che non si è considerato che la forza è un ente privo di esistenza se non dura nel tempo.
Conclusione: alla domanda a bisogna rispondere quindi così:
le forze sono proporzionali si alle accelerazioni dei corpi cui sono applicate, ma praticamente poiché tale applicazione deve durare un certo tempo, non si possono che applicare impulsi che producono velocità
Se questa nostra scoperta dà un colpo di piccone demolitore al concetto che le forze producono nel vuoto delle accelerazioni, non resta tuttavia intaccata l’espressione dell’inerzia (2) che Newton pose a base della meccanica, perché infatti rimane invariata la relazione tra la forza ed accelerazione, come si vede dividendo la (1) per t. Resta solamente stabilito il fatto che la (2) è irrealizzabile, mentre la (1) lo è sempre. Quest’ultima quindi dovrebbe essere presa a fondamento della meccanica.
Per dimostrare a quali sconvolgimenti porta questa nostra scoperta, supponiamo di considerare un corpo che per spostarsi trovi attrito, ad esempio un automezzo che subisce la resistenza opposta dall’aria al suo movimento e l’attrito radente delle sue ruote sul terreno. Se per un certo periodo di tempo, l’automezzo è soggetto ad una forza di trazione F, esso assumerà una certa velocità V di traslazione, tale da verificare la (1). Evidentemente se si potesse diminuire la resistenza dell’aria, diminuirebbe la resistenza che essa oppone al moto del veicolo, e questo aumenterebbe la propria velocità che dovrebbe essere massima nel vuoto assoluto, nel quale la resistenza è nulla. Resterebbe però l’attrito tra le ruote ed il terreno. Diminuendo anche questo attrito, diminuisce l’aderenza al suolo e quindi le ruote subirebbero uno slittamento tanto più grande quanto minore è l’attrito.
Breve: con un suolo perfettamente liscio e copertoni assolutamente lisci, cioè privi di attrito, si avrebbe slittamento completo tra ruote e terreno e l’automezzo non si sposterebbe, cioè resterebbe immobile rispetto alla strada.
Dunque in assenza d’aria, ed in assenza di attrito alle ruote, cioè nelle condizioni del vuoto assoluto, la velocità V di qualsiasi veicolo sarebbe nulla, cioè la (1) diviene:
m V = 0 (3)
Derivando questa equazione rispetto al tempo si ha:
m dV / dt = m a = F = 0 (4)
La forza F sarebbe nulla. Questo ci scopre che: “Nel vuoto assoluto non è possibile né produrre forze, né accelerazioni, né velocità”.
Ciò è in netto contrasto con quanto sostenuto da Newton e seguaci, i quali viceversa ammettono in base alla (2) che nel vuoto assoluto possano prodursi forze ed accelerazioni e mantenersi velocità rettilinee uniformi.
Con maggiore evidenza ancora risulta questa nostra seconda scoperta se si pensa ai velivoli che si muovono nell’aria. Più un aeroplano si sposta in alto, minore è la densità dell’aria. Quando l’altitudine raggiunta fosse tale da superare la coltre atmosferica che circonda la Terra, dove vige, secondo la scienza, il vuoto assoluto, nessuna resistenza verrebbe opposta allo spostamento del velivolo, ma nessuna presa traente avrebbe l’elica che ruoterebbe nel vuoto senza poter far avanzare l’apparecchio.
Anche un razzo non avrebbe maggior successo se, beninteso, altre la cinta atmosferica vi fosse il vuoto assoluto, intesa questa parola come un vuoto imponderale, come vuoto cioè in cui le particelle soffiate dalla poppa del razzo non trovassero reazione ponderale nello spazio.
Se il vuoto invece fosse costituito di spazio avente una certa densità (vuoto ponderale) allora e solamente allora un razzo potrebbe spostarsi in esso.
Da ciò si rileva che: “Nel vuoto imponderale, nessuna forza, né accelerazione, nè velocità può imprimersi ad una massa e che perciò è errato ritenere valida la (2) ed il primo principio d’inerzia nel vuoto assoluto imponderale”.
Affinchè la (2) sia valida occorre uno spazio ponderale, cioè avente una densità. Solamente in esso si può imprimere e mantenere una velocità V ad una massa m, applicando la forza F, secondo la (1) che realizza contemporaneamente la (2).
Da ciò segue che: “La validità della legge d’inerzia (2) sperimentalmente ed universalmente accettata, dimostra che nell’Universo non esiste spazio vuoto assoluto, ma solamente spazio vuoto ponderale, avente cioè una determinata densità”.
Tutti i corpi dell’Universo quindi si trovano immersi in uno spazio fluido che oppone resistenza al loro movimento relativo.
Per mantenere un corpo in moto uniforme rettilineo occorre quindi applicargli e mantenergli applicata una forza che vinca la resistenza opposta dal mezzo, perché altrimenti il corpo tenderebbe a fermarsi. Viceversa se il corpo è trascinato da una corrente di spazio fluido a velocità uniforme e con moto rettilineo esso persevera in tale stato di moto se non gli viene opposta una forza. Ne segue che il primo principio d’inerzia va modificato come segue:
“ La materia tende ad assumere ed a mantenere lo stato di moto o di quiete che ha lo spazio fluido immediatamente circostante in cui è immersa”.
Il secondo principio d’inerzia invece rimane invariato, poiché anche in un mezzo resistente, per far variare la velocità di un corpo in esso immerso occorre applicare sempre una forza.
La modifica da noi apportata al 1° principio d’inerzia viene in sostanza a negare il vuoto assoluto e la possibilità che in esso possano manifestarsi forze d’inerzia le quali invece si manifestano solamente in uno spazio ponderale.
Siamo quindi in perfetto contrasto con la scienza che ritiene sino ad oggi possibile che nel vuoto assoluto imponderale possano manifestarsi forze d’inerzia. Ma dalle corna del seguente dilemma non si sfugge. O ammettere valida la (2) nello spazio ponderale, e la (4) nel vuoto assoluto imponderale, in perfetta armonia con l’esperienza, ma in contrasto col 1° principio d’inerzia; oppure ammettere che entrambe siano valide nel vuoto assoluto, ed allora esse sono in contrasto tra di loro ed altresì con l’esperienza. Essendo evidentemente da scartare questo duplice contrasto, bisogna considerare inesatto il 1° principio d’inerzia e modificarlo nel senso da noi proposto.
È qui da notare che la (1) e la (2) si verificano solamente quando il corpo inizia il moto od è già in movimento rispetto allo spazio fluido. Infatti se il corpo fosse immobile rispetto allo spazio circostante, risulterebbe nulla la forza d’inerzia e nullo l’impulso relativo, secondo le relazioni seguenti tratte dalla (1) e la (2):
F = m a = 0
F t = m V = 0 (5)
Poiché nel caso suddetto a = 0, V = 0, la massa m resterebbe indeterminata, ne consegue che: la validità generale della legge d’inerzia (2) e quella del relativo impulso (3) provano che se nessun moto relativo vi è tra i corpi e lo spazio fluido circostante, la loro massa resta indeterminata.
La forza d’inerzia è quindi di natura essenzialmente dinamica, cioè è provocata dal movimento relativo tra spazio fluido ambiente e corpi in esso immersi.
La massa dello spazio fluido e quella dei corpi è quindi un attributo che sorge solamente col loro moto relativo. E poiché noi riscontriamo anche nei corpi immobili una massa è segno che è lo spazio che si muove rispetto ad essi. Se noi non vediamo questo movimento di spazio con gli occhi, è perché essi non sono organizzati per tale percezione. Questa invisibilità è proprio quella che ci fa ritenere la resistenza del mezzo, come una forza d’inerzia propria della materia. Ma a parte questa illusione, risulta quindi che lo spazio deve avere una densità ed una mobilità, cioè deve comportarsi realmente come un fluido.
Nel mentre ci riserviamo di dimostrare questa proprietà dello spazio facciamo qui rilevare che nel dare la risposta alla domanda a, abbiamo implicitamente risposto anche alla domanda b, risposta che si può precisare così: Esiste un vuoto ponderale (spazio fluido), e la forza che bisogna applicare e mantenere ai corpi per farli muovere e mantenere in movimento dipende dal moto relativo dello spazio fluido rispetto ai corpi stessi. La forza d’inerzia non è quindi una caratteristica della materia indipendentemente dal mezzo, ma bensì dipendente da esso.
Risposto così alle prime due domande, la risposta alla terza c, viene facile, perché è chiaro che nessuna differenza esiste tra l’inerzia concepita come proprietà della materia e l’inerzia concepita come resistenza del mezzo.
Voglio qui di seguito, poi, riportare il testo di un articolo pubblicato sul quotidiano L’Eco di Bergamo, dopo la prima pubblicazione della Teoria delle Apparenze, per far partecipe il lettore dell’immediato entusiasmo che suscitò tale teoria negli ambienti scientifici e non dell’epoca.
L’ECO DI BERGAMO – 21 Ottobre 1949
Cos’è questa “teoria delle apparenze”?
Il vecchio assillo di unificare la scienza realizzato dallo scienziato bergamasco Todeschini
È uscito in questi giorni nei tipi dell’Istituto Italiano di Arti Grafiche di Bergamo, il tanto atteso libro “la Teoria delle Apparenze” dell’ingegnere bergamasco Marco Todeschini.
Dopo la prima notizia data dai giornali cittadini sugli studi fatti da questo nostro scienziato, ho seguito con molto interesse l’eco che si è avuta in tutta la stampa italiana. Quasi tutti i quotidiani delle principali città hanno infatti pubblicato lunghi articoli, oltre che per dare notizia dell’importante studio scientifico, anche per spiegare i nuovi concetti basilari della fisica esposti nella nuova teoria.
Confesso però che anche dopo aver letto buona parte di detti articoli non ero riuscito a farmi un concetto chiaro di questa nuova teoria e della sua grande importanza, anzi mi permanevano ancora molti dubbi e molta incredulità circa le nuove affermazioni enunciate.
Dopo il congresso dei Fisici a Como dello scorso settembre, nel quale l’ing. Todeschini ebbe modo di esporre a quell’adunata dei maggiori scienziati mondiali, fra i quali ben sei premi Nobel, i principi della sua teoria unitaria dell’Universo, ricevendo larghi consensi e riconoscimenti tanto d’aver avuto l’assegnazione della medaglia Volta, la mia curiosità e l’ansia di poter esaminare la poderosa opera si fece più intensa.
Perciò appena ho potuto acquistare il libro ne ho intrapreso la lettura e lo studio non più con prevenzione o dubbio, ma con la convinzione che l’opera, già giudicata di altissimo valore da eminenti scienziati, dovesse contenere effettivamente delle rivelazioni d’importanza eccezionale e decisiva nel campo delle scienze.
Infatti gli argomenti trattati e discussi sono la base della scienza fisica e costituiscono le fondamenta si cui appoggiano tutte le varie branche della scienza moderna.
L’ing. Todeschini inizia il suo studio col riassumere tutti i contrasti che dividono la scienza attuale risalendo all’origine di essi con una indagine storica ed esamina il perché tali contrasti abbiano potuto mantenersi nel tempo, senza che nessuna abbia potuto annullarli: si che attualmente la scienza non riesce a trovare una sua base unica e sicura, ma è costretta ad ammettere una teoria od una ipotesi per un dato gruppo di fenomeni ed un'altra per gli altri gruppi con evidente assurdità perché ciò equivarrebbe ad ammettere che l’Universo è costituito ad un modo per l’esplicarsi di dati fenomeni e ad un altro per il sussistere d’altri fenomeni.
Da questa indagine critica storica della scienza l’autore è pervenuto ad una mirabile concezione della realtà fisica, che cioè per dar ragione quantitativa e qualitativa di tutti i fenomeno occorreva ammettere che lo spazio, ritenuto sinora come una semplice estensione geometrica, sostanziato di una densità propria e dotato di una mobilità come un fluido liquido.
L’ipotesi non è semplicemente lanciata come una possibile nuova concezione dell’Universo ma, e qui sta il grandissimo valore dell’opera, è dimostrata con numerose prove sperimentali e da una serie di relazioni fisico-matematiche che pervengono a stabilire esattamente le equazioni generali che regolano il movimento del fluido nello spazio: equazioni quindi che costituiscono le lellgi universali che regolano tutti i fenomeni fisici.
Ha spiegato come nasce l’elemento primo costitutivo della materia da una semplice rotazione di spazio e come con la sua velocità si determinano l’elettrone e l’atomo, il loro volume, massa, peso, inerzia e gravità; ha spiegato cioè il meccanismo, il sorgere, il variare, l’estinguersi della materia, col sorgere, il variare e l’estinguersi del moto.
Per rendere valida questa mirabile e semplice concezione occorreva però provare la mobilità, la fluidità e ponderabilità dello spazio con prove sperimentali inoppugnabili qui ha dimostrato ampiamente che tali prove sono date negli stessi fenomeni: peso, massa, inerzia, gravitazione, forza centrifuga, effetti giroscopici, caduta dei gravi, moto degli astri e degli elettroni, vibrazioni luminose, elettromagnetiche, termiche, ecc.. Ma oltre a ciò ha chiarito altri fenomeni più complessi, che sono stati oggetto di studio e ricerche profondissime: incurvamento dei raggi luminosi, rifrazione della luce, esperimenti Bradlej, Michelson, Fizeau, Doppler, Tronton e Rankine, dimostrando che essi non contraddicono la mobilità e ponderabilità dello spazio.
Ne consegue che la spazio-dinamica basata sul calcolo e confermata dall’esperienza non è un’ipotesi, ma una concezione che risponde alla realtà fisica ed è quindi l’unica, possibile e valida teoria che può spiegare tutti i fenomeni dell’Universo nella loro intima essenza, nel loro meccanismo, nella loro apparenza, nelle loro leggi e persino nelle loro finalità specifiche e d’insieme.
Non pago dei sorprendenti risultati ottenuti a coronamento di profondi studi e ricerche l’ing. Todeschini ha voluto saggiare la sua teoria sui banchi di prova di tutti i fenomeni dell’Universo e cioè ha voluto controllare se la sua teoria rispondeva o meno alla realtà fisica e vedere se con essa si poteva giungere a formulare le leggi che dominano l’atomo, i fenomeni chimici, la termodinamica, l’astronomia, la dinamica, l’ottica, l’elettromagnetismo, l’acustica, la fisica ondulatoria, ecc. E perciò ha esaminato tutte queste singole branche della scienza.
I risultati che ha ottenuto sono sorprendenti e lasciano stupito il lettore per l’importanza delle numerose scoperte basilari che daranno un orientamento tutto nuovo alla scienza moderna.
I misteri della fisica atomica sono stati svelati e chiariti con una semplicità e conseguenza di leggi che sorprende: i problemi più complessi che hanno più resistito per secoli alle ricerche di numerosi scienziati sono stati spiegati e chiariti: nella chimica ha spiegato l’essenza intima dei numeri atomici, nucleari e planetari, le relazioni degli elementi, il mistero del periodo chimico ed è pervenuto a compilare una tabella di classificazione periodica che concorda e completa la nota tavola periodica di Mendelejeff, nell’astronomia poi il campo delle scoperte è ancor più vasto: dalle espressioni delle linee di forza, velocità, traiettoria, orbite, inclinazioni, distanze, ecc., al concetto di calcolare i moti e raggi astronomici in base agli effetti giroscopici della Terra.
Nel campo corpuscolare e nei fenomeni ondulatori, sempre sulla base della sua teoria fluido-dinamica è pervenuto alla classica equazione di Schrodinger scoprendo che la misteriosa funzione chiamata onda di probabilità non è altro che l’onda potenziale delle velocità dello spazio fluido.
Con le equazioni spazio-dinamiche ha svelato l’essenza intima dell’elettricità e del magnetismo come effetti giroscopici dei costituenti primi della materia provocati dalla circolazione dello spazio, si che i concetti di campo elettrico e magnetico si uniscono e sono l’apparenza di un campo risultante di spazio mobile, sola ed unica realtà fisica esistente, riuscendo a ricostruire e svelare le leggi ed il meccanismo di tutti i fenomeni elettromagnetici che vengono così spiegati come semplici fenomeni spazio-dinamici.
Con queste prove positive la teoria spazio-dinamica riceve conferma in tutti i fenomeni e non è più possibile che essa venga posta in dubbio, come l’ipotesi del vuoto e dell’etere; la convinzione della sua rispondenza alla realtà fisica non è più incerta o personale, ma diventa assoluta ed universale.
Riassumendo la teoria viene a dimostrare che l’Universo è costituito da spazio fluido ponderale i cui moti rotanti generano i gorghi atomici ed astronomici ed i cui moti oscillatori suscitano nella psiche le varie sensazioni di forza, elettricità, suono, calore, ecc.. Ad ogni movimento dello spazio, corrisponde uno speciale fenomeno psichico costituito dalle sensazioni prodotte dalle decelerazioni dello spazio che incidono sugli organi di senso. Su questa base l’autore viene pertanto ad esaminare con criteri scientifici tutti i fenomeni psichici che sinora nella scienza sono stati arbitrariamente trascurati dal metodo sperimentale per quanto la loro esistenza sia certa ed evidente quanto quella dei fenomeni fisici.
A questo punto l’autore si inoltra con la forza del suo ingegno e della sua cultura profonda, non solamente dell’ingegnere ma anche del medico, nella selva intricata e complessa di tutto il sistema nervoso, di tutti gli organi di senso e della suprema magnifica centrale del cervello umano.
Lo studio, l’indagine e le nuove scoperte in questo interessantissimo campo della scienza non sono da meno dei precedenti. Tutto il meccanismo dell’occhio, dell’orecchio, del naso, degli organi del tatto, del gusto, della sensazione del calore, elettricità, ecc., tutto l’intimo funzionamento del cuore, dei polmoni, delle glandole, dei muscoli, dell’apparato proprioricettivo, dell’azione del midollo spinale, tutto il complesso misterioso e grandioso del sistema nervoso e del gran simpatico, fino ad una strabiliante rivelazione sul sistema di funzionamento dei circuiti del cervello e delle sue misteriose ed intricate zone, tutto viene indagato con nuove grandiose concezioni, mai fin qui esposte dalla scienza medica.
Lo studio è condotto con un principio basilare: nessuna magia è possibile nel mondo fisico, perché per conseguire in esso determinate azioni, per trasmetterle a distanza e riceverle, occorrono sempre complessi materiali, tecnicamente adatti allo scopo, disposti e collegati in un particolare ordine tra di loro, ed aventi funzionamento specifico e d’insieme coordinati alla finalità da conseguire.
Ha scoperto così che gli organi periferici sono costituiti e funzionano come apparecchi atti a ricevere specifiche sollecitazioni meccaniche del mondo esterno, a trasformarle in correnti elettriche ed inviarle al cervello tramite le linee nervose.
Meraviglioso è lo studio col quale è riuscito ad individuare nei vari organi di senso e di trasmissione delle sensazioni al cervello l’esistenza di tanti elementi che vengono a costituire un complesso, che funziona esattamente come apparecchi tele-informativi o tele-motori, che l’uomo ha inventato e realizzato per gli stessi scopi.
Fra queste scoperte una, che più stupisce per la profondità dell’indagine che ha richiesto, è la dimostrazione scientifica del funzionamento della centrale elettrica esistente nel complesso del cervello e lo schema dei collegamenti e delle linee di distribuzione degli impulsi elettrici, ad azione volontaria od automatica, che costituiscono il complesso di fasci nervosi che s’irradiano nel nostro corpo.
Ho riassunto in breve sintesi il contenuto del libro e dei punti essenziali della Teoria delle Apparenze, ma la mole dell’opera è tale che avrebbe richiesto ben altra trattazione, che non mi è consentita di svolgere in un semplice articolo.
Gli argomenti indagati e svolti dall’ing. Todeschini sono innumerevoli ed abbracciano tutti i rami della scienza moderna ed ognuno, dalla lettura del libro, troverà quella parte che maggiormente l’interessa, perché di essa le sue cognizioni sono più sviluppate e più complete, e potrà maggiormente rendersi conto delle grandi rinnovazioni e chiarificazioni che lo studio profondo dell’autore ha apportato in tutti i campi.
Ben si comprende come tanta mole d’indagini e ricerche abbiano richiesto trent’anni di lavoro ed un’assiduità e volontà veramente superiore ad ogni immaginazione.
Il libro dell’ing. Todeschini non è uno dei soliti opuscoli, che oggi fioriscono da ogni parte, che lanciano un’ipotesi, pongono un problema, accennano ad una possibile teoria per spiegare dati fenomeni ancora oscuri e che non vanno oltre ad una semplice enunciazione od a poche considerazioni, ma è uno studio mirabile e completo che non lascia dubbi od incertezze che va meditato e che non può essere che accolto come verità reale del mondo fisico e spirituale.
Egli infatti non si limita ad esporre una concezione nuova dell’Universo ma la sviluppa in modo completo nel calcolo fisico-matematico e, dopo aver dimostrato in tal modo la fondatezza delle sue scoperte, le controlla al banco di prova dell’esperimentazione, traendone dei risultati che concordano perfettamente con quelli trovati o dedotti dai vari sperimentatori e va oltre trovando nuove relazioni e nuovi concetti basilari in ogni branca della scienza, non lascia perciò dubbi o punti oscuri, perché le prove o controprove fatte danno la certezza di essere nel vero e nella realtà fisica.
Se mi è permesso, e mi si perdoni l’accostamento, si può dire che il libro “La Teoria delle Apparenze” è come il Vangelo della scienza perché contiene la vera ed unica realtà fisica.
Ho compreso perciò perché il libro abbia avuto una eccezionale accoglienza nel mondo scientifico ed anche fra le persone di media cultura, che si interessano con passione dei problemi delle scienze moderne pur non avendo una profonda preparazione: il libro infatti è scritto in forma piana e comprensibile.
Penso che, come me, tanti e molti altri ne trarranno insegnamento e sapere utile nella loro professione: i tecnici in genere, gli studiosi di scienze pure, i filosofi, i teologi, e specialmente i medici per le meravigliose rivelazioni nella neurologia che dischiudono un infinito campo di ulteriori indagini e studi.
Non posso terminare questo mio modesto esame dell’opera dell’ing. Todeschini senza volgere il pensiero al grande tributo dato dagli scienziati italiani al sapere umano, tributo che continuamente si rinnova, come ne è una prova l’opera scaturita dalla lunga e volonterosa fatica del nostro concittadino.
Spero che la nostra città non sia da meno degli altri centri culturali e scientifici nel riconoscimento e nell’apprezzamento di questa opera e che possa tra non molto essere orgogliosa del valore scientifico di un proprio figlio.
Ing: Mazzocchi Riccardo
Biografia
Marco Todeschini nacque a Valsecca di Bergamo il 25 aprile 1899. Orfano della madre dalla nascita, venne mandato ancora bambino in collegio a Casalmaggiore, dove vi rimase fino all’età di 17 anni, anno in cui entrò nell’esercito come ufficiale del Genio e pilota aviatore. Si laureò in ingegneria meccanica ed elettronica al Politecnico di Torino.
Nella sua vita di studioso si specializzò e si diplomò in vari rami della fisica e della fisioneurologia ed insegnò come Professore Ordinario di meccanica razionale ed elettronica al biennio di Ingegneria Superiore STGM in Roma oltre ad essere stato docente di Termodinamica all’Istituto Tecnico Industriale Paleocapa di Stato in Bergamo.
Fu Colonnello pluridecorato del Servizio Studi ed Esperienze del Genio nella riserva.
Negli attrezzatissimi laboratori del Centro Studi suddetto, realizzò varie invenzioni e compì una classica serie di ricerche teoriche e sperimentali giungendo a scoprire le modalità con le quali si svolgono e sono collegati tra loro i fenomeni fisici, biologici e psichici, di cui determinò le precise relazioni matematiche reciproche e di assieme coordinandoli tutti in una scienza universale denominata appunto perciò “PsicoBioFisica”.
Questa ha avuto un’eco mondiale, perché supera la relatività di Einstein, la meccanica ondulatoria di Schrodinger, la quantistica di Heisemberg, la dualità complementare onda-corpuscolo di Bohr e la cibernetica di Wiener; teorie che ammettendo solo realtà materiali oggettive vengono ad escludere le realtà biologiche e spirituali soggettive che pur si manifestano, dominano e brillano per l’Universo intero.
Insomma, la fisica attuale contemplando solo fenomeni materiali oggettivi è del tutto unilaterale e non può assurgere a scienza unitaria del Creato, perchè questa deve comprendere tutte le discipline fondamentali che in verità si manifestano nel Cosmo.
La Psicobiofisica di Todeschini infatti comprende in sé:
- una parte fisica che dimostra come tutti i fenomeni naturali si identificano in particolari movimenti di spazio fluido, retti da una sola equazione matematica;
- una parte biologica che dimostra come tali movimenti allorquando si infrangono contro i nostri organi di senso producono in questi delle correnti elettriche che vengono trasmesse dalle linee nervose al cervello suscitando nella psiche, ed esclusivamente in essa, le sensazioni di luce, elettricità, calore, suono, ecc. e svela la meravigliosa tecnologia elettronica di tutti gli organi del sistema nervoso;
- una parte psichica che dà le dimostrazioni scientifiche dell’esistenza dell’anima umana, del mondo spirituale e di Dio.
Perciò il futuro Papa Giovanni XXIII nell’agosto del 1950 in una serie di colloqui avuti a Sotto il Monte col Todeschini si propose di fargli tenere un ciclo di conferenze per diffondere la sua teoria in Parigi ed in altre città della Francia, dove Monsignor Roncalli era allora Nunzio Apostolico. Ma la nomina di questi a Cardinale di Venezia ritardò il progetto, che venne poi attuato per iniziativa del Presidente del Consiglio dei Ministri francese Bidault e del Ministro della P.I. Petit, i quali vollero partecipare anche al pranzo dato in onore al Todeschini dalle più alte autorità culturali.
Questi venne allora nominato Membro delle Accademie Scientifiche di S.Etienne, di Valence e di Parigi, e gli venne offerta la lampada da minatore, simbolizzante la luce che egli ha portato sui misteri del Cosmo cercando nel sottosuolo la radice dei fenomeni.
In vari congressi è stato riconosciuto che la Psicobiofisica spiega bene anche i fenomeni metapsichici (telepatia, rabdomanzia, capacità terapeutiche dei guaritori, telecinesi, spiritismo, ecc.) e svela chiaramente le cause e gli effetti dell’ipnosi, dell’elettromagnetoterapia, dell’agopuntura, della dermatologia, della psicoanalisi,della vertebroterapia, dell’omeopatia, dell’orgonomia, dell’auricoloterapia, dell’immunologia, ecc.
Notevole il fatto che questa scienza universale è confermata in pieno perché dall’unica equazione della spaziodinamica su cui si basa, si ricavano tutte le leggi che riguardano le varie scienze sperimentali e perché dai suoi principi sono state tratte molte applicazioni pratiche sia nel campo fisico che in quello medico, che la confermano in ogni sua parte e nel suo chiaro disegno di sintesi cosmica.
Essa interessa in sommo grado: fisici, chimici, ingegneri, industriali, medici, filosofi, teologi, scienziati e docenti di tutti i rami del sapere.
Perciò in Europa ed in America sono sorte cattedre di Psicobiofisica, ed i suoi principi sono stati introdotti in alcuni testi in dotazione ad Università ed Istituti ed esposti da scienziati in migliaia di articoli su giornali, riviste, libri, ed in conferenze radio e televisive.
Todeschini ha partecipato con importanti relazioni a vari Congressi Internazionali di Fisica e Medicina.
È stato nominato Uff: e Comm. Dell’Ord. “ Al Merito della Repubblica Italiana”; Cav., Uff. e Gr. Uff. della Cr. D’Italia.
Fu Presidente dell’Accademia Internazionale di Psicobiofisica, Membro d’Onore del Consiglio Nazionale delle Ricerche Scientifiche di Haiti e di 25 Accademie italiane ed estere, ed è stato proposto, nel 1974, per il premio Nobel.
Scomparve il 13 ottobre del 1988 e venne sepolto nella “sua“ Valsecca di Bergamo ove gli venne intitolata la piazza principale del paese e posto un monumento in suo onore.
Bibliografia
- L’aberrazione cinetica dei raggi catodici, Ed. Ambaglio, Pavia, 1931
- La Teoria delle Apparenze, Ed. CIP, Bergamo, 1949
- La Psicobiofisica, Ed. CIP, Bergamo, 1949
- Qual è la chiave dell’universo, Ed. CIP, Bergamo, 1955
- L’unificazione della materia e dei suoi campi di forze, Ed. Secomandi, Bergamo, 1957
- Le vie che portano alla scienza cosmica unitaria, Ed. CIP, Bergamo, 1960
- Esperimenti decisivi per la fisica moderna, Ed. CIP, Bergamo, 1961
- Scienza universale, Ed. CIP, Bergamo, 1961
Angolo della Posta - La Voce di Parsifal -
a cura di Carlo Sabadin - sabinsky@tiscali.it (Membro Gruppo Camelot , Fondazione Sentinel e Stargate Group, Collaboratore
MOSAC e Stargatemagazine) - Pag.24
D: Ciao Carlo,
continuo a leggere di nuove pubblicazioni ed articoli relativi alla manifestazione dei “Crop Circles” su siti o mailing-list dove sembrerebbe sempre più evidente l’origine “umana” (e quindi dei circle-makers) alla base del curioso fenomeno. Ho però come l’impressione che si tratti di articoli (per usare un’espressione che tu hai usato in una conferenza, di qualche mese fa, in provincia di Bologna) non scientifici e che, comunque non mi sembrano così risolutivi come forse vorrebbero essere.
Potresti fare un po’ di chiarezza sulla questione?
Grazie mille!
Ciao, Cinzia Montanaro
R: Cara lettrice, chissà perché quando l’argomento riguarda “Hessdalen” sono portato a fare esempi con i “Crop” e, viceversa, quando si affronta la tematica “Cerchi nel grano”, mi ritrovo a parlare della valle norvegese.... Se credessi nella “sincronicità” (e forse ci credo…) direi che le due cose sono collegate. E comunque ripeterò, ancora una volta, la cosa....
Sul Forum del GRUPPO CAMELOT ( http://www.forumfree.net/?c=10836
) ho scritto recentemente un post, intitolato “Hessdalen........ ufologico o non ufologico” (che è poi una mia risposta ad una discussione iniziata sulla mailing list ufo-italia, in YahooGroups), dove illustravo la mia posizione sul concetto di “Formale Comunicazione Scientifica”.
In particolare, scrivevo:
“… in effetti l'utilizzazione di dati altrui, con palese violazione del Copyright, era già stata evidenziata. Non solo. Come acutamente riportato dal Dott.Teodorani, in alcune e-mail precedenti, la palese violazione delle basilari regole della “formale comunicazione scientifica” era indiscutibile.. Si è risposto che nella "scienza" questo è il normale comportamento da adottare: ad un “lavoro” ne segue un altro, e così via. SBAGLIATO. Totalmente SBAGLIATO”.
Proseguivo poi -guarda caso citando Haseloff!- sottolineando come non fosse sufficiente dichiarare di adottare il sistema del "referee" perché qualsiasi rivista, sito web, o periodico in edicola (e questo lo aggiungo adesso..) si trasformasse “di colpo” in “luogo scientifico” accreditato. Figuriamoci quando tali “luoghi” non adottano minimamente tale modus operandi (e criticano invece le “riviste scientifiche” che lo fanno, giudicandole poco affidabili…).
Tutto ciò, cara lettrice, per ricordare come è, sicuramente, apprezzabile che ricercatori “accreditati” come Haselhoff e Teodorani, rispondano a quesiti e domande poste dal pubblico (ininfluente -in
quest'ottica- che si tratti di insegnanti elementari, ingegneri laureati in storia della fisica o in astrofisica). Apprezzabile, quindi, ma non OBBLIGATORIO. Anzi tutto ciò dovrebbe essere considerato come semplice "cortesia".
E sai cosa significa tutto questo? Che se anche un valido e serio ricercatore che, magari ha studiato a lungo il fenomeno, curato siti noti sui Crop e -perfino!-collaborato con Haselhoff, come Robert Boerman, avanza perplessità e dubbi su interpretazioni “non convenzionali” del fenomeno… questi suoi dubbi e perplessità sono, e restano, SEMPLICI OPINIONI.
Almeno fino a sue “future” pubblicazioni scientifiche…
Non è infatti sufficiente avere una preparazione accademica (e peraltro non è neppure necessario) per affermare dati “scientifici” che “capovolgano” pubblicazioni precedenti… Si deve, invece, procedere con analoghe pubblicazioni…. Come fece un oscuro impiegato all’ufficio brevetti tanti, tanti anni fa… Il suo nome era Albert Einstein.
Quindi, che nessuno si preoccupi: non si vuole mettere in discussione o zittire alcun ricercatore… solo ricordare come sono sempre state -e stanno TUTTORA- le cose nel mondo scientifico.
Operazione difficile… a quanto sembra. Ma non mi scoraggio…
Grazie mille per la domanda Cinzia.
Con affetto Carlo

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