Numero 5, Anno 2003
Camelot Chronicles

 

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SPECIALE HESSDALEN

Lo Sciamanesimo nell’Arte Rupestre della Valcamonica 
a cura di Marisa Uberti - marisaube@libero.it (Ricercatrice Indipendente, Owner di "Due Passi nel Mistero") - Pag.1

Chiunque si sia recato in Valcamonica, che vanta la maggiore concentrazione europea di arte preistorica, si sarà trovato smarrito tra le migliaia di simboli incisi su massi e rocce disseminati su qualcosa come 24.000 rocce, per un totale di 300.000 incisioni (all’anno 2000) finora scoperte, protetti attualmente in svariati Parchi e/o Riserve. Dal 1979 sono state riconosciute Patrimonio dell’Umanità.

Chi si rechi per una visita, non può esimersi dal soffermarsi sulla roccia n.24 nel "Parco Regionale delle Incisioni Rupestri Di Ceto-Cimbergo-Paspardo", in cui sono raffigurati particolari figure: uomini con strani copricapi 'raggiati', o con una sorta di 'cerchio' attorno al capo e sembrano nell'atto di danzare o saltare, in mano tengono degli oggetti triangolari non chiari. 

Sono noti come gli "Spaziali della Valcamonica".

Dopo aver potuto vederli da vicino, mi sono fatta l’opinione che essi rappresentino i 'SAGGI' del gruppo o della tribù, un po' come l'aureola di cui sono contornate molte teste di Santi nell'iconografia religiosa cristiana, probabilmente antichi SCIAMANI, che avevano il dono dell'Illuminazione (i raggi solari secondo me indicherebbero appunto questo, la Luce interiore e la loro Saggezza di Illuminati) erano in grado di mettere in comunicazione due mondi, quello materiale con quello spirituale, attraverso la danza, strumenti musicali, l’uso di particolari sostanze psicotrope…

Appunto seguendo questo filone di ricerca, trovo stimolante il lavoro che vari ricercatori stanno portando avanti, tesi a confrontare dati pluridisciplinari con quelli etnomicologici. Se osserviamo la prima immagine, proveniente da un rilievo di un’incisione rupestre dell’Età del Bronzo, sita ad Ortaa-Sagol (Devlet, 1982) [1], notiamo che la testa dei due esseri in atteggiamento danzante ha la forma di fungo, mentre quella sorta di ‘borsa’ che pende al loro fianco è stata arditamente interpretata come una ‘borsa della medicina’ dove conservare infusi inebrianti di un potente fungo dalle proprietà allucinogene, l’Amanita Muscaria, la quale sembra proprio produrre visioni di ‘spiriti della amanite’ (manichini) fortemente antropomorfizzati nell’aspetto (Saar, 1991) [2]. È altamente probabile che questi personaggi possano essere degli Sciamani. Ancora oggi, in alcune culture siberiane, questo fungo viene rappresentato artisticamente con caratteri antropomorfi. Anche in antiche culture sahariane e precolombiane si hanno le medesime raffigurazioni [terza immagine: uomini con la testa di "fungo"]. 

Uno studio etnomicologico


Cosa c’entrerebbero i funghi con le incisioni rupestri, dunque? Secondo alcuni ricercatori, tra cui l’italiano Giorgio Samorini [3], potrebbe trattarsi di un simbolismo indotto dall’ingestione di determinati funghi, che creerebbero i presupposti per esperienze mistico-religiose-estatiche che avrebbero favorito la pratica del rituale, così spesso raffigurata. 

In più, si spiegherebbe perché alcune rocce o massi sono stati ‘preferiti’ ad altri con un’insistenza nelle incisioni rispetto ad altre. Forse proprio ‘lì’ crescevano determinati strumenti di comunicazione tra il ‘sacro’ ed il ‘profano’! 

Dall’analisi del periodo proto-Camuno (all’incirca 7.000-3.000 a.C.), in cui l’arte è maggiormente sviluppata, si notano grandi quantità di incisioni di animali dotati di corna, soprattutto l’alce. Ebbene, esiste un fungo, denominato Panaeolus alcidis, scoperto e determinato nel 1978, che vive in un micro-habitat del tutto particolare, su escrementi di alce e di capriolo. Potrebbe trovare spiegazione la grande venerazione mostrata verso questo tipo di animale, un vero e proprio ‘culto dell’alce’. Assumendo il fungo cresciuto su escrementi di questo animale, si otteneva il ‘contatto’ con il mondo sovrannaturale di cui indirettamente l’alce era ‘veicolo’. Alla stessa maniera il cervo, la renna, tutti gli animali in generale dotati di corna, furono simboli sacri antichissimi, forse legati a questo fatto? In Mesoamerica sugli escrementi di cervo cresceva un fungo, la Psilocybe (Stropharia) Cubensis dalle proprietà fortemente allucinogene (Furst, 1976) [4]. 

Il gruppo di lavoro del dr.Samorini ha studiato la presenza di specie di funghi allucinogeni presenti in Valcamonica, riscontrando che la maggior parte di essi (Psilocybe e Panaeolus e Panaeolus) appartengono al gruppo dei basidiomiceti allucinogeni "psilocibinici", ovvero contenenti psilocibina e/o psilocina, le due sostanze chimiche di natura indolica responsabili della quasi totalità degli effetti psicotropi che si hanno dopo ingestione.

Occorre una certa acidità del terreno per la loro proliferazione ed è emerso che vi erano - e sono - concentrazioni di fattori chimici acidificanti da Darfo fino all’Aprica e al Passo del Tonale, zona compresa tra vaste aree moreniche conseguenze dell’ultima glaciazione Wurmiana (all’incirca 12.000-11.000 anni fa).

L’origine del Psilocybe, del resto, è certamente europea, anzi Alpina.

La Valcamonica è tra le zone più ricche e varie per la presenza di funghi allucinogeni, che prediligono prati, pascoli, dove l’erba non sia molto alta; alcuni di essi sono strettamente fimicoli, ovvero crescono solo sugli escrementi di animali, in particolare bovidi e cavalli (es. Panaeolus campanulatus e Pan. sphinctrinus). In Valcamonica, la zona di massima incidenza sono gli alti pascoli estivi (malghe), dagli 800 m sino ai 2300 m di altitudine. Più aumenta l’altitudine, più il fungo produce psilocibina, quindi aumenta il suo potere allucinogeno. Tale potere è valido anche per un altro fungo, l’Amanita Muscaria, dal colore rosso cosparso di puntini bianchi, anche se sono diversi i principi che inducono l’allucinazione. Esso è un fungo cosmopolita, che vive nei pressi di betulle, abeti, pini, querce ed è molto frequente nel Bresciano. È il fungo ‘MAGICO’ per eccellenza, a cui si associano i più antichi rituali di natura etnomicologica: ha un’origine eurasiatica, ma si diffuse fin da tempi antichissimi nelle Valli Messicane, Guatemalteche e fu usato in India – come ci tramandavo i Rig Veda-dai sacerdoti che facevano uso del succo di una pianta inebriante "senza foglie, né radici, né fiori"" e che Wasson (1967) [5] assimilò all’Amanita Muscaria. In Siberia, i Koriaki, fino alla metà dell’‘800 utilizzavano questo tipo di fungo per i loro riti di Iniziazione o nelle feste. I graffiti in Kamciatka dimostrano la conoscenza di queste proprietà allucinogene del fungo da parte di gruppi di cacciatori neolitici che abitavano la tundra artica (paleoschimesi). [Quarta immagine: Mushroom-stone della cultura preclassica maya, Guatemala ]

Saranno gli studi paleografici e palinometrici già sviluppati da altri ricercatori, ad aiutare a ricostruire una mappa degli stessi funghi valida per i periodi precedenti il 3000 a.C. e compararla con le attuali mappe di distribuzione dell’arte rupestre camuna in Valcamonica, considerando singolarmente i vari periodi camuni. "Ciò in relazione al fatto che" sostiene il dr.Samorini "se è vero che i Camuni erano a conoscenza delle proprietà estatiche di questi funghi, è ipotizzabile allora l’esistenza di una qualche struttura ritualistica imperniata attorno ad essi e ai loro luoghi di più intensa crescita. Le zone di sviluppo dell’"elemento allucinogeno", sia esso un cactus, un fungo o una pianta, sono solitamente considerate zone "sacre" e, più spesso, zone-tabù, da parte delle popolazioni locali conoscitrici delle loro proprietà, e più la struttura ritualistica associata è fondamentale e incisiva nella vita di quelle popolazioni, più elevata e strutturata sarà la "sacralità" ed il rispetto/timore dei luoghi di culto da loro adottati" 

Bibliografia: 

[1]DEVLET M.A., 1982, Petroglify Verchniego Yenisieia, Akademya Nauk SSSR, Moskva, n. 2: 111-120.

[2]SAAR MARET, 1991, Ethnomycological Data from Siberia and North-East Asia on the Effect of Amanita muscaria, Journal of Ethnopharmacology, vol. 31, pp. 157-173

[3]Bollettino Camuno Studi Preistorici, vol. 24, pp. 132-6, 1988

[4]FURST P., 1976, Allucinogeni e cultura, (Cesco Ciapanna), pp. 231-241.

[5]WASSON R.G., 1967, Soma, Divine Mushroom of Immortality, Harcourt/New York (Brace & Yovanovich).

Per informazioni sulla Valcamonica: - Centro Camuno di Studi Preistorici: 25044 Capo di Ponte (Brescia) - Tel. 0364/4209 - Pro Loco: Via Briscioli, 25044 Capo di Ponte (Brescia) - Tel. 0364/42080 - Museo di Nadro di Ceto: Via Piana 30, 25040 Nadro di Ceto (Brescia) - Tel. 0364/433465 

(NdR: altre informazioni si possono trovare sul sito: http://digilander.libero.it/Marisau )



Archeologia Spaziale 
a cura di Paolo Bolognesi - paolobolognesi@activenetwork.it (Membro Gruppo Camelot, Fondazione Sentinel, Collaboratore Stargate Group e MOSAC ) - Pag.2

L'archeologia spaziale, e/o archeologia misteriosa, è definibile come la ricerca delle tracce, sotto forma di particolari reperti archeologici, di eventuali civiltà evolute, precedenti alla nostra civiltà, cancellate dalla faccia della Terra da cataclismi naturali o provocati da queste stesse civiltà, da cui i superstiti avrebbero dato vita ad una nuova evoluzione, e di presunti sbarchi sulla Terra, in epoche remote, di visitatori extraterrestri.

Per questo suo rivolgersi al passato, essa può essere considerata parte, o complemento, della Clipeologia.

Se ne distingue tuttavia nettamente per due aspetti: per il suo interessarsi esclusivamente al documento di natura archeologica, e per il suo prescindere da ogni rapporto con la fenomenologia ufologica attuale.

L'archeologia spaziale comprende due filoni. Il primo, e più noto, è rappresentato da una copiosa letteratura sensazionalistica il cui scopo è prevalentemente, se non esclusivamente, di natura commerciale. Si tratta di libri e articoli scritti da persone che in genere non hanno la benché minima competenza in archeologia, e che si limitano a presentare, solleticando più o meno abilmente nel lettore il gusto del misterioso, notizie raccogliticce e non controllate nel cui contesto si confondono, se e quando ci sono, i pochi dati di fatto potenzialmente significativi. Il secondo filone, molto meno popolare ma sicuramente più interessante, è rappresentato da studiosi, i quali, al di fuori di ogni facile (e proficuo) sensazionalismo, non escludono che certi reperti che l'archeologia ufficiale non ha potuto o saputo finora inquadrare nello schema storico-preistorico convenzionale, possano ammettere interpretazioni «rivoluzionarie» rese oggi plausibili dalle più recenti acquisizioni tecnico-spaziali. 

Reperti del genere sono per esempio i monili precolombiani appartenenti alla cultura Calima, originaria dell’area Andina settentrionale nella valle del Cauca, in Colombia, ed esposti al Museo dell’Oro di Bogotà, al British Museum di Londra ed allo Smithsonian Institute di Washington, ove non è difficile scorgervi i profili di moderni aerei a reazione. Queste miniature furono scoperte 30 anni fa dall’archeologo Alan Landsburg in alcune sepolture di quell’antica civiltà. Questi manufatti la scienza ufficiale li identifica come "rappresentazioni di uccelli e pappagalli". E per chi ci vuole vedere moderni velivoli, l’archeologia tradizionale asserisce che solo compiendo un grande sforzo di volontà si riesce ad interpretare in tal senso quei monili.

Personalmente, con tutta la buona volontà, non riesco a fare a meno di identificare con null’altro che non siano stilizzazioni di moderni velivoli, soprattutto poiché mi riesce difficile immaginare volatili con ali a delta e corpo con tanto di timone di coda. Queste morfologie non rientrano in quelle dei volatili, per i quali, se da una parte possiamo far rientrare la forma delle ali a delta con quelle di qualche specie d’uccello, dall’altra l’impennaggio di coda è prerogativa di un velivolo, mentre i volatili dispongono di un piumaggio della coda disposto orizzontalmente, non verticalmente. Addirittura in alcuni è chiaramente visibile un incavo nella parte anteriore, a rappresentare un ipotetico "posto di pilotaggio".

Cosa volevano riprodurre gli autori di quei monili? Uccelli, pesci...o qualcos'altro?

Un altro reperto insolito è quella che viene chiamato "la navicella di Toprakkale". Questo manufatto in argilla, datato oltre 3000 anni fa, della lunghezza di 22 centimetri, è stato rinvenuto in Turchia e la sua forma ricorda quella di una navetta o missile monoposto, dotata di ugelli di scarico posteriori, con alloggiata al suo interno una figura dalle sembianze umane, priva della testa e indossante uno strano "vestito", che ricorda le tute dei primi astronauti sovietici. Il Museo Archeologico Topkapi di Istanbul, che conserva il reperto, non lo ha mai esposto al pubblico; forse per evitare di mettere in imbarazzo l’archeologia ufficiale, ipotizzando un diverso sviluppo della cultura umana? Certo, se chi ha modellato quel manufatto voleva riprodurre qualcos’altro, sicuramente nacque nell’era sbagliata, poiché se fosse nato nella nostra epoca avrebbe fatto concorrenza ad Herbert Von Braun, indiscusso padre della missilistica.

Un altro monile, noto come "l’astronauta di Kiev", appartenente alla cultura Sciita (gruppo di tribù nomadi di origine iranica stanziatasi tra il ll e il l sec. a.c. nella Russia meridionale) ci lascia perplessi per la sua silouette particolare, che nulla ha a che vedere con l’abbigliamento "in voga" a quei tempi. Anche in questo caso, ci troviamo di fronte ad una figura che indossa una tuta aderente serrata ai polsi ed alle caviglie, un casco con "aureola", forse per dare un senso di trasparenza, e, dulcis in fundo, con una caratteristica anatomica poco "umana": quella di avere sei dita per ogni mano. Anche in questo caso, cosa voleva raffigurare l’autore di questo manufatto? Un "uomo danzante", secondo l’interpretazione dell’archeologia ufficiale, od un essere "al di fuori del suo tempo"?

A questo punto permettetemi una digressione assolutamente personale.

Quando illustro questi manufatti, spesso, al termine della relazione molte persone mi chiedono perché io voglia vedere ad ogni costo in questi oggetti mezzi tecnologicamente evoluti, non propri dell'era attribuita a questi, e non invece quello con cui l’archeologia ortodossa li identifica, ovverosia, a seconda dei casi, oggetti di culto, rappresentazioni di animali o di uomini, trasposizioni di scene di vita quotidiana o di riti, ecc. ecc.

Bene, tutti abbiamo presente quanto abili fossero questi popoli, vissuti migliaia di anni fa, nel rappresentare tramite graffiti, sculture e manufatti di vario genere, il loro vivere quotidiano; la caccia, la vita sociale, i loro culti, e tramite queste opere sono giunte a noi queste testimonianze chiare, senza dubbi su quello che gli artisti dell’epoca volevano rappresentare. Da qui la mia convinzione che quello che effettivamente vediamo in quei monili è proprio quello che avevano visto e volevano riprodurre. Se illustravano così chiaramente tutto il resto, non si capisce perché questi manufatti dovrebbero rappresentare qualcosa che non sia quello che si percepisce in modo ovvio, ma si cerchi di dar loro un'altra interpretazione con la motivazione che non erano in grado di rappresentarli in un modo migliore.

Questo secondo me è un tentativo puerile da parte dell’archeologia ortodossa di negare a se stessa l’evidenza, forse per timore di trovarsi in conflitto con i propri dogmi, con i quali si è disegnata l’evoluzione delle civiltà in tutto il mondo. Secondo il mio modesto parere, invece, chi ha prodotto quei manufatti voleva proprio rappresentare ciò che aveva visto; ovviamente, essendo oggetti "al di fuori del loro tempo", li rappresentarono come meglio credevano di vederli, al contrario di un animale, di un essere umano o quant’altro con cui erano a contatto quotidianamente. 

Immedesimiamoci per un attimo negli antichi, i quali cercavano di descrivere a loro modo ciò che vedevano di anomalo e di insolito, tramite l’ausilio di metafore e immagini; in molte di esse riusciamo a comprendere ciò che essi in realtà volevano descrivere. È chiaro che se essi avessero visto un mezzo librarsi in aria, difficilmente lo avrebbero chiamato per quello che era, cioè ad esempio un’astronave, ma si sarebbero riferiti ad esso tramite immagini allegoriche, di solito legate a quell’elemento naturale che meglio richiamava loro in mente ciò che vedevano.

Ad esempio le astronavi o gli aerei, i quali secondo le popolazioni antiche erano i mezzi con cui si spostavano gli dèi, erano rappresentati nei testi, sacri e non, con nomi come nubi, carri lucenti, travi infuocate, scudi di fuoco, magari muniti di folgori divine…la stessa cosa è riscontrabile in altri antichi popoli, ma anche nelle odierne popolazioni che vivono ancora ad uno stato selvatico. Queste le prime volte che venivano contattate dall’uomo bianco, lo descrivevano in termini simili a quelli degli antichi Sumeri (o Incas, o Maya, o Egizi…) cioè come un dio, e lo stesso avveniva per i suoi mezzi, così che un aereo diveniva un uccello di ferro.

Dunque alla luce di tutto ciò capiamo come sia necessaria una nuova analisi delle fonti storiche e protostoriche, analisi che andrebbero portate avanti senza i pregiudizi classici dell’archeologia e della storiografia ortodossa. Per dirla con una massima: "Per avanzare nel nuovo viaggio non servono solo nuove idee, ma bisogna anche guardare con occhi diversi".

Tuttavia, è bene sottolinearlo, queste interpretazioni «spaziali» restano a livello di pure e semplici ipotesi di lavoro.

Il Sindaco e gli UFO......UFFAAAAA 
Una Lettera Aperta di Ufologi e Ricercatori Italiani - Pag.3

Recentemente, alcuni media hanno dato ampio risalto al "Pesce d'aprile" messo in atto dal Sindaco di Castiglione Olona (VA) che ha indetto addirittura una conferenza stampa per annunciare l'imminente arrivo degli UFO nel suo paese. Lo scherzo, accuratamente preparato, con tanto di ripresa video che immortalava la "meticolosa" preparazione della "traccia" al suolo dell'UFO con transenne che ne delimitavano il perimetro, si basava -anche- sulle diverse testimonianze di alcuni concittadini-complici e del proprietario del terreno.

Illustrare, in questa sede, come la ricerca ufologica -meglio, l'Ufologia- sia gradualmente, e con fatica, entrata nel "territorio", nel "ventre" della Scienza ufficiale e abbia per molti aspetti, superato quei problemi insormontabili -come una presunta inadeguatezza tecnologica degli ufologi- che ne impedivano l’accesso, è abbastanza inutile. Come è inutile ricordare che, persino importanti istituzioni scientifiche come il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche), sono impegnati in ricerche di questo tipo fin dal 1995 e, al di fuori dei nostri confini, alcuni paesi hanno, addirittura, creato enti che, attraverso finanziamenti pubblici, studia ed analizzano il fenomeno.

Forse sarebbe, maggiormente utile, ricordare al primo cittadino di Castiglione Olona che, probabilmente, qualche -magari troppo- zelante magistrato potrebbe intravedere in questo scherzetto d'aprile gli estremi di "un procurato allarme" (art. 658 del Codice Penale), di un "abuso della credulità popolare (art. 661 del Codice Penale), o perfino -estremamente interessanti le sequenze del video che mostrano i solerti vigili urbani del comune aiutare il sindaco nella preparazione del "pesce d'aprile"- di "un abuso d'ufficio". Ma evidentemente la polizia municipale di Castiglione ha molto tempo libero e, conseguentemente, può anche divertirsi a creare divertenti burle con il proprio sindaco. 
In realtà, nessuno auspica che si verifichino tali spiacevoli conseguenze e neppure i ricercatori (maggiormente irritati dall'intera vicenda) che studiano il controverso fenomeno delle "abductions" (o cosiddetti rapimenti alieni) desidererebbero che il primo cittadino della città provasse -direttamente- le "stupende" sensazioni di un "rapimento" con conseguenti "divertenti" ispezioni corporali.

Ed infatti, gli ufologi sono persone allegre, per nulla permalose e che apprezzano gli scherzi.

Forse però apprezzerebbero di più un confronto diretto e sereno per parlare e discutere, in modo costruttivo, di UFO e di ricerca ufologica.

Forse lo apprezzerebbe lo stesso sindaco di Castiglione Olona che potrebbe, così, informarsi meglio su di una "materia" che considera, probabilmente, utile solo a scopi pubblicitari. Forse lo gradirebbero gli stessi cittadini di Castiglione che, come moltissimi italiani, in ogni parte della penisola, frequentano sempre più numerosi conferenze e convegni che trattano questi argomenti. 

Noi siamo sempre disponibili. Dovunque e con chiunque.

Cordialmente, i Firmatari 

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